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DEAD IN CHRIST
Funeral For The Flesh
 
DEAD IN CHRIST
Summer Of Murders
 
 

 

DEAD IN CHRIST
Steps
unblack
2006 - Self
(USA)
www.deadinchrist.net

 

Era il come-back che speravo! Tornano a solo un anno di distanza da "Funeral For The Flesh", lavoro di debutto pieno di falle, e i Dead In Christ migliorano esponenzialmente la propria proposta musicale, sfornando un notevole full, non ancora scevro da imperfezioni, anche macroscopiche, ma che tuttavia conferisce sostanziale concretezza alle potenzialità insite nel combo a quattro dalla Pennsylvania.

Sei generalmente lunghe tracce, a capo delle quali è Something in october, breve intro omaggiante "Hellig Usvart" (il vento che muove e fa rintoccare le campane di un chiesa); si accoda e poi subentra l'atmospherical ambient doom black di Forgive, ben prodotta, con magistrali scream dispersivo-depressivi, alternerà raw in blastbeats a mid tempo di intensa pervasività: aggiungiamo l'interludio minimale etereo e le oscure slow pattern, e viene da sé che il tutto rimandi esplicitamente al sound burzuminano di "Filosofem". Raw furioso, mid plumbeo con loop ossessivo, assolo schizoide, minimalismi irrequieti, sospiri e grida nei 9:20 di Sounds of the cross, mentre in Pain (Eternal, internal) oltre al resto già noto emergono interessanti passaggi di puro black/doom alla Dolorian e Forgotten Tomb. Quando tutto sembra così convincente, a spezzare di colpo l'incantesimo giunge The murdering of ones faith, inutile interminabile strumentale con chitarroni doom death in loop alternati, che oltre ad essere banale compositivamente, ben poco si armonizza con l'economia stilistica ed emotiva del lavoro. Si rientra dal deragliamento con la title track Steps (ma ormai i danni prodotti sono irreversibili) e sui binari torna a scorrere feroce raw in ipertempo con scream ultratombali, infarcito sul finale da una caotica industrialità ambient metropolitana, cui succede la pacifica quiete naturale, dicotomia con un chiaro significato antropo-teologico.

Lyrics assolutamente cristocentriche e soteriologiche, la presenza di The murdering of ones faith rovina molto del seducente mood a tinte nere e dolorose del disco; a ciò va aggiunta anche la (macroscopica) pecca dei troppo bruschi passaggi stilistici e tempistici, che i nostri si portano come fardello dal debut, e da cui ancora non sono riusciti a liberarsi. Tuttavia il miglioramento è sorprendente, e ora dal gruppo ci attendiamo un terzo album che gli valga la definitiva consacrazione.

Vaake

VOTO

72

 

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