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I Dead Moons Grey, detti anche più
semplicemente D.M.G., sono una band southern metal proveniente
dal Tennessee, formatasi nel 2006; hanno dato alle stampe il primo
lavoro nel 2009, parliamo di "Smokey Mountain Way", e un anno
dopo la lineup, probabilmente in fase di assemblaggio, completa questo
secondo lavoro vedendo solamente la presenza ufficiale di Marcus
Bersaglia e Dave Peters; il primo in veste di cantante-chitarrista con
l'ausilio di parti di banjo in un paio di pezzi, il secondo invece come
batterista, bassista, back vocalist e rifinitore in alcuni episodi con
chitarra acustica e tastiera; gli altri due elementi presenti appaiono
come special guests e sono Jon Leonard alle parti di basso di due pezzi,
e Wes LeQuire che si occupa di chitarre ritmiche e basso in qualche
episodio.
"Dead Moons Grey" è un disco di southern metal abbastanza
canonico, sulla scia di band come i Down di Phil Anselmo,
caratterizzato da un singing abbastanza versatile, che fonde un'anima
blues, e una groove-hard rocker molto roca e camionistica, creando un
sound prettamente americano (non mi meraviglierei per niente a vedere
questi ragazzi in giro per i ranch polverosi del Texas a bordo di un
furgoncino con i cappelli da cowboys in testa); il riffing è abbastanza
omogeneo e ripetitivo, sono poche le varianti della sei corde suonata, e
i pezzi più di impatto quali la opener Visions,
Mother truth e Pete necessitano indiscutibilmente
delle due ballad presenti nel disco, ovvero la bluesman Savior
e la country True colors, due dei pezzi meglio riusciti
che cavalcano sulle note del banjo di Marcus. L'aspetto tecnico della
band è sufficiente, non sono esenti le sprecisioni strumentali, quali ad
esempio la disordinata batteria della opener o la prepotenza del basso
di LeQuire che sbilancia un po' il sound in pezzi come Let go
a differenza degli altri suonati dai colleghi. Apprezzabile sicuramente
il singing e il suo dinamico approccio alle varie fasi dei pezzi,
grintoso sui refrains, ma anche espressivo e intonato sulle sequenze
melodiche.
Un prodotto che molto probabilmente si troverà un pubblico di nicchia,
scisso tra gli amanti della chitarra rovente di Zakk Wilde, e gli
appassionati del southern rock americano blueseggiante alla vecchia
scuola; non spiccano grandi idee, e certi episodi stuccano per la
ripetitività dei riffs a mio avviso da migliorare in fase di stesura,
rimane poi da sfruttare la particolarità del cantato ed impostare meglio
la varietà dei pezzi dando più personalità ai vari episodi, in maniera
che i lavori seguenti possano avere punti di riferimento più distinti al
proprio interno. Escluso questo si hanno buone premesse per un futuro
salto di qualità; apprezzabili anche le lyrics che si sposano anche
abbastanza bene con quello che è l'ambiente descritto musicalmente,
storie di vita e conversioni al cristianesimo descritte un po' come
farebbero i cantastorie di quei luoghi, magari davanti a un falò con una
chitarra e un bicchiere di whiskey in mano.
Francesco Romeggini
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