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Recensiamo con grande
ritardo (l'album è datato 2002) il primo cd dei Dead Poetic, che
insieme agli Emery, Confide e Akissforjersey
rappresentano il pezzo principale della scena white screamo. Eh si,
perché qui non parliamo di post-hardcore stile Underoath o Zao
ma di buon vecchio screamo, con buona pace di chi vorrebbe questo genere
buono solo per quindicenni in crisi ormonale per i Tokio Hotel.
L'album si apre con
Burgundy,
pezzo a metà tra un emo-pop un po' duro ed uno screamo leggero, con
melodie ben fatte anche se la lirica è decisamente ripetitiva. Tuttavia,
forse, l'effetto finale è volutamente ipnotico, ma lascia un po'
dubbiosi. Segue poi
The corporate enthusiast, con fortissime influenze punk-rock e
con una buona alternanza di voce melodica e screaming pulito. Unico neo
la musica resta sotto-tono rispetto alle suddette due voci che, invece,
spingono parecchio. Più aggressivo ed appassionante è il terzo brano,
A green desire, in cui il contrasto tra screaming e voce
pulita si sente maggiormente ma con armonia. Con diversi passaggi che
ricordano le più belle e struggenti emo-ballads, la canzone che dà il
nome all'album (Four
wall blackmail) si rivela un pezzo melodico evocativo che non
rinuncia ad occasionali punte di grinta, in un mix capace di sviluppare
una bella atmosfera struggente che ricorda i primi Emery. Sulla
stessa falsa riga anche
August Winterman,
che presenta una voce melodica principale con occasionali duri
screaming. L'effetto finale non è male (anche se decisamente più
struggente della canzone precedente), sopratutto se apprezzate il genere
e trovate monotone le canzone fatte solo di urli. Decisamente di tono
diverso è Ollie
Otson in cui si notano influenze alternative rock stile Foo
Fighters, dal ritmo assai lontano dal classico emocore!, giusto il
ritornello "al miele" ci ricorda che stiamo ascolto dei Dead Poetic.
Bliss tearing eyes
torna sul genere della canzone melodica struggente: dall'inizio
coinvolgente si passa ben presto al senso di ripetitività a causa della
durata della traccia, troppo elevata per tenere alto il "flusso di
emozioni" che dovrebbe essere proprio di ogni ballad emocore.
Stereochild
riporta il Cd sulla struttura classica voce dolce più screaming: non
molta adrenalina in questo brano ma un'atmosfera molto gradevole stile
"liceale che tira le somme con la vita". Arriva quindi
Arlington arms
dalla impostazione quasi pop, anzi la definirei un emo-pop con lo
screaming. Orecchiabile, anche qui atmosfere adolescenziali ma più
aggressive, decisamente. In chiusura abbiamo
Tell myself goodbye,
sinceramente un onesto brano senza infamia e senza lode che si lascia
ascoltare.
In definitiva non avrebbe
guastato una maggiore aggressività, intesa come uno screaming più
presente ma meglio amalgamato con la parte melodica: questo non avrebbe
tolto niente all'atmosfera emocore del disco visto che è uno stile
proprio di diverse importanti band laiche di questo genere (Alesana
ma anche gli italiani Hopes Die Last). Inoltre i ritornelli sono,
a volte, un poco ripetitivi. Molte le influenze (apprezzabili) da gruppi
esterni al mondo screamo\post-hardcore, come Alter Bridge e
persino Go Go Dolls. Uno dei punti di forza di questi ragazzi è
sicuramente la batteria: non a caso le canzoni meno carine dell'album
sono quelle dove questo strumento è poco presente! C'è da dire però che
si tratta del primo vero Cd della band e, considerando che è un album
d'esordio, non si può che considerarlo un tentativo riuscito. (PS Grazie
di cuore a Sonia "Uthena" Renzulli per l'aiuto nella stesura di questa
recensione!)
Simone Iocca
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