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La band di Jimmy P. Brown era evidentemente
vogliosa di prendere il largo dai lidi speed/thrash nei quali aveva fino
ad allora vissuto ma anche ottimamente fruttificato: iniziò così a
sperimentare nuovi orizzonti sonori proprio con questo "Learn",
per poi compiere una definitiva evoluzione verso approdi marcatamente industrial. Il
sound di "Learn" rappresenterà dunque un unicum all'interno della
"papiresca" discografia dei californiani: si tratta di un heavy volto in
modo piuttosto evidente ad ammiccamenti melodici, almeno nella prima
parte del platter; la seconda - più interessante - sarà per un doom
enfatico, quasi pomposo. La produzione appare più grezza del consueto
ma è sempre di buon livello; orribile invece è l'artwork,
soprattutto perchè i nostri ci avevano sempre viziati quanto a
pacchetto grafico. Jimmy P. Brown al cospetto di interpretazioni clean
e acute si trova spesso in difficoltà nel fornire adeguate
interpretazioni vocali, e anche questo aspetto va ad aggiungere un altro
tassello alla presa di coscienza di trovarci tra le mani non certo
quanto di meglio i Deliverance hanno saputo esprimere nella loro
duodecadale carriera: peraltro il tassametro corre ancora a seguito di una recente reunion con tanto di full-length in uscita, atteso con compiacente
simpatia.
Il disco ci propina la sorpresa già come opener,
in Time infatti adagiate su riffoni cadenzati si sviluppano
calde linee vocali, una coralità solenne, ritmiche latinoamericane, e
compaiono persino dei violini. 1990, simile al precedente
episodio, oltre a una melodia piuttosto catchy presenta il synth, mentre
ottimo è il lavoro solistico nella terza Learn, ma lo
sarà in realtà per tutto il Cd. Incerta e zoppicante è la prova al
microfono di Who am I, molto meglio nel chorus con backing
vocals; tornano synth ed effetti in Renew. Arriva infine
il pezzone che si imprime e riecheggia in testa: The rain
è enfatica e colma di tensione, compatta e robusta, si avvale di spunti
arabeggianti, coralità e un ottimo finale chitarristico. Entusiasma pure
la breve Reflection, melange melanconico costituito di
linee canore straziate e armonie latinoamericane. Di qui in poi c'è la
svolta doom, che porterà alla ieratica solennità, anche sinfonica, di
In the will, e, passando per l'accelerata Desperate
cries, alla appassionata, kamelotiana ante litteram,
Sanctuary, suggellata nella chiusa da intensi vocalizzi.
"Man's deception / Satan's deceit in a world / full
of washed convictions / an emptiness in the mind of / the viewer of the
screen / to belive in such idiocy. / To live and learn the nature of man
/ no on escapes this lesson / Father please forgive me for / I know well
what I do / just surround me with your love / and help me LEARN...";
traggo dalla title-track un esempio dell'approccio lirico di una band
storica, ma qui di certo non nel suo parto più riuscito. Consigliato
pressoché solo ai fan del monicker che vogliano ascoltare i losangelini da una quasi bizzarra quanto inedita prospettiva.
Valerio Mei
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