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"For
the weapons of our warfare are not carnal / but mighty through God
to the pulling down of strongholds. / Casting down imaginations and
every high thing / that exalteth itself against the knowledge of God
/ and bringing into captivity every thought / to the obedience of
Christ". Tale sentenza apre il semiconcept di "Weapons Of Our
Warfare" trattante l'oscura battaglia spirituale contro Satana
ed i suoi stratagemmi per il trionfo e l'affermazione di Cristo e
della consapevolezza del Suo sacrificio redentore nel nostro ego più
profondo. Le parole citate le troviamo nel bellissimo opener-intro
Supplication che esordisce con poco definite voci
oranti sulle quali si inserisce un recitato adagiato su cupe
tastiere; armonico riff di acustica e note di basso preludono
all'ingresso di tutta la strumentazione. Ma chi sono i Deliverance?
La band losangelina, che dal thrash/speed iniziale si evolverà col
tempo verso lidi più industrial, disse la parola fine alla sua
avventura nel 2002, ma oltre a vantare una discografia di ben otto
album studio, due Live e tre Best of è senza dubbio, con
Tourniquet, Vengeance Rising e Believer, la
migliore thrash band cristiana di sempre. "Weapons Of Our
Warfare" data 1990 ed è il secondo lavoro dopo l'omonimo
"Deliverance" risalente all'anno precedente: già troviamo un
cambio di line-up (ce ne saranno molti nel corso degli anni), ossia
fuori il chitarrista Glenn Rogers sostituito da George Ochoa (ambedue
militeranno anche nei citati Vengeance Rising): ma ciò non
intaccherà la velocità del sound e forse il favoloso lavoro
solistico a tempi stordenti ne ha anche guadagnato.
A rimpiazzare
Supplication troviamo This present darkness
con un thrash molto tipico, fatto di accelerazioni e rallentamenti
che rasentano il doom, che però trova gloria in una serie di
mostruosi solos i quali fuggono e si rincorrono a velocità
esorbitanti. Si arriva già alla title-track Weapons of our
warfare dove si notano riff imponenti in apertura ed un
passaggio progressivo seguito da uno splendido acuto del leader e
singer Jimmy P. Brown, il solo a nascere e morire musicalmente
parlando nel progetto Deliverance. Ottimo anche qui il lavoro
di guitar solos. Intelaiatura ritmica e drumming creano un sound
elaborato in Solitude anche se poi il thrash si rifarà
nuovamente più consueto, non senza però accenni di melodia, un altro
bell'acuto, una lead solare che muta in uno meraviglioso assolo
ancora più lungo e complesso sul finire di questa super track,
chiusa da un delirio chitarristico e percussionistico; la migliore
canzone dell'album. Ma l'episodio che si manifesta subito dopo non è
molto da meno: Flesh and blood parte con riff duri e
cupi ma si fa presto spedita, e sorprende ancor più quando accelera
raggiungendo tempistiche vertiginose, che torneranno in questi 7:25
alternate a passaggi rallentati dove cori e cantato duettano
armoniosamente. Da sottolineare la presenza improvvisa a centro
traccia di un momento atmosferico dall'inatteso ultra evocativo
assolo. Chiudono suoni tetri di synth.
Batteria ritmata e giro di chitarra: il thrash
di Bought by blood è poi però o massiccio o atto a
favorire le parti vocali affiancate dai piccoli cori. Torna il giro
di chitarra iniziale che si tronca bruscamente. Molto cambia nella
seguente 23: tastiera atmosferica, lead evocativa,
battute lente e voce rauco-heavy; si genera una linea melodica che
con l'aumentare dell'intensità strumentale si trasformerà in un
refrain il quale, tornando dopo una fase soffusa, preluderà ad un
sound esplosivo che partorirà un assolo dalla velocità vorticosa.
Ancora la tastiera in apertura di Slay the wicked, qui
con un chiaro rumore di spada sguainata ed un recitato: le ritmiche
veloci si alterneranno a fasi cadenzate. Greetings of death
è evidentemente thrash/speed dai tempi spesso furiosi; la più
prevedibile If we faint not va a chiudere questo disco
imperdibile per tutti gli amanti del thrash old-school, ancor più se
cristiani.
Valerio Mei |