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Con "Storm The Gates Of Hell" il quintetto
di cacciatori di demoni arriva a quota quattro, cioè il quarto disco
prodotto in cinque anni di attività e di collaborazione con la
famosissima Solid State Records. Il platter è un buon miscuglio di
metalcore con elementi death e stacchi melodici, anche se nel disco in
questione si può notare una certa sovrabbondanza di componenti semplici
e poco cattive, che per quanto possano risultare carine e orecchiabili
dopo un bel po' di ascolti finiscono con l'annoiare; senza contare poi
il fatto che gli arrangiamenti strumentali hanno sacrificato buona parte
del loro potenziale ritmico, dato che i riff che irrompevano
prepotentemente in modo metallico e distruttivo sono presenti solo in
una piccola parte di alcune tracce, tra l'altro proprio quelle che
mantengono il livello qualitativo che ci si aspettava.
Apre il disco la title track, una traccia violenta e martellante,
cantata interamente in growl, caratterizzata da potenti cavalcate
chitarristiche e doppio pedale sempre presente nei fill; tematicamente,
è un invito a chi ascolta a impugnare la spada (in senso metaforico
ovviamente) e combattere contro il Male. Passiamo a Lead us home,
una buona traccia che ha un attacco death ma che però pecca di
ripetitività nel refrain, dove le chitarre sono quasi assenti e i fill
di batteria sono lenti, senza contare che il cantato in clean in questo
caso è decisamente piatto. Ora è il turno di Sixteen,
pezzo forte del platter, grazie anche alla collaborazione non
indifferente di Bruce Fitzhugh, growler e frontman dei Living
Sacrifice, band parecchio stimata dai Demon Hunter. Questa
traccia apre con la melodia di organo e violini, per poi passare alla
violenza delle chitarre e dei growl. Molto bello anche il refrain
melodico in clean che stavolta rende alla perfezione. Fading away
è stato il brano apripista di questo disco, una traccia un po'
controversa in quanto all'intro veloce e aggressiva si sovrappongono
momenti melodici e intermezzi nu metal. Tocca così a Carry me down,
splendida ballad nello stile dei Demon Hunter: riff accompagnati
dall'acustica, voce in clean piuttosto bassa, atmosfera malinconica,
davvero una delle tracce più riuscite del platter. A thread of
light e I am you chiudono la prima parte del disco
che, qualitativamente, è la migliore; da questo punto in poi le tracce
scorrono abbastanza piacevolmente, non è il caso di analizzarle una per
una dato che sono piuttosto semplici quanto a livello stilistico.
Meritano tuttavia un particolare rilievo Incision,
Thorn (che apre con l'organo in accompagnamento dei riff) e
The wrath of God. Chiude il disco la traccia numero 14,
Grand finale, un titolo abbastanza adatto dato che la traccia
è di buona qualità, molto lenta e malinconica, grazie anche all'utilizzo
della tastiera e di riff molto lenti.
In sostanza, non è il caso di parlare di lavoro peggiore, in quanto il
disco non è certo un cattivo prodotto, ma senza ombra di dubbio si può
dire che sia il lavoro meno riuscito, per via del fatto che le
caratteristiche positive presenti nelle releases precedenti non sono
state sfruttate appieno a favore di un lavoro più semplice. Chi già
apprezzava i Demon Hunter forse potrebbe restare un po' deluso da
quest'ultima uscita, mentre chi si avvicinasse per la prima volta a loro
certamente lo troverà un discreto prodotto. Tra l'altro bisogna
considerare che è la quarta uscita in soli cinque anni, quindi in un
arco di tempo così breve è possibile che le idee siano venute a
scarseggiare. Non ci resta che sperare di rifarci in un futuro lavoro,
sostenendo comunque l'operato dei nostri cacciatori.
Francesco Pellegrino
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