|
Ancora una volta il Brasile ci presenta un gradevole
gioiello da mostrare all'interno della "collezione white metal". Stiamo
parlando dei Destra, progetto di Ricardo Parronchi (voce e
bassista del gruppo) formatosi a São Paulo nel 1997. Questo è il secondo
full-length della band che, malgrado la modesta produzione, ha comunque
riscosso parecchio successo. "Joe's Rhapsody"
si presenta come un album interessante fin dalla prima traccia, che
sostanzialmente è un recitato. E' l'ultima cena di un condannato. Dopo
una breve preghiera del detenuto il direttore del carcere gli domanda la
sua storia che è appunto quanto andremo ad ascoltare nei pezzi
successivi. Il racconto di Joe è la vita di un uomo qualunque, un uomo
che ha cercato la felicità e si è incamminato decisamente sulla strada
sbagliata, una strada lastricata di crimine, droga ed omicidio. Non si
può dire che gli siano mancate le occasioni per ravvedersi, ma questo
Joe lo capirà soltanto all'ultimo, prima di essere giustiziato. La
storia di Joe è una storia di conversione, conversione intrapresa sul
filo del rasoio ma non per questo meno valida (Mt 20, 1-16).
Oltre ad una trama avvincente però serve una degna colonna
sonora e possiamo dire con sicurezza che non è quello che manca
all'opera, anche se ci sono delle "macchie". Iniziamo da queste:
innanzitutto mi è parso che le linee di basso fossero in genere meglio
strutturate ed eseguite che quelle delle chitarre. Questo non è
necessariamente un male ma a lungo andare in certe canzoni se ne sente
la mancanza. Forse il problema più incisivo sta però nella voce. Molto
spesso sembra che le parole "facciano fatica a starci", forse a causa di
un problema di traslazione dal portoghese all'inglese. A volte si sente
che il cantato fa i passi più lunghi di quello che si può permettere,
cercando altezze che non può raggiungere (vedi "higher flights" nella
traccia 3). Ora concentriamoci invece sui punti forti! I Destra
presentano canzoni discretamente strutturate, colme di influenze
musicali molteplici come il blues e il gospel. L'intrecciare e il
dipanarsi di queste trame con il tipico sound heavy metal produce un
buon arazzo prog che non lascia delusi. I brani più significativi al
riguardo sono a mio parere sei. Family album (traccia 3) è
un pezzo diviso in due parti la prima delle quali viene ripetuta. A
distinguere le due c'è un cambio di registro nelle chitarre che
diventano acustiche. Parronchi e Grecco si danno il cambio alla voce per
poi riprendere con decisione le chitarre elettriche alla fine.
Julie (traccia 4) è il pezzo "d'amore" dell'album; si struttura
bene utilizzando le tastiere e le chitarre acustiche quando l'attenzione
è centrata su di lei e tornando alle elettriche quando invece
l'attenzione è su Joe. Qui troviamo anche uno degli assoli di chitarra
significativi del disco. Decisamente intrigante la chiusura della
canzone in mandolino! My little war (my big disgrace)
(traccia 6) e One last pray (traccia 11) sono due ottimi
esempi di contaminazioni di altri generi musicali. Nella prima canzone,
una delle più metal dell'album, le tastiere e il basso si sentono
complici e veniamo sorpresi da un ottimo assolo di chitarra. Il finale
sfuma verso le sonorità tipiche del blues. Nella seconda canzone invece
inizialmente il piano fa da protagonista per poi aprirsi agli altri
strumenti. Nel finale troviamo ad attenderci un vero e proprio coro
gospel che fa da controvoce. Altre tracce interessanti per struttura,
lavoro degli strumenti, e stile prog sono la numero 8, Good bye
blue skie, e la numero 10, Wisdom call (The preaching),
che si conclude con un'ottima chiusura di basso.
Giungo al termine affermando che "Joe's Rhapsody" è
sicuramente un disco che è degno di essere ascoltato più volte sia per
la performance musicale (per chi ama questo stile) sia per la storia che
le fa da sfondo (che è consigliata a tutti!).
Andrea Ciceri |