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John Donne, poeta inglese nonché decano della
chiesa anglicana del XVII secolo, fu un importante scrittore di
riflessioni e poemi di carattere religioso; non estraneo alla
sofferenza, come ci testimonia la morte della moglie in giovane età.
Colpito da una grave malattia, scrisse un libro intitolato "Devotions
Upon Emergent Occasions", un insieme di preghiere e riflessioni sulla
vita e la morte, la malattia e la salute, la continua lotta tra fede e
sofferenza, e su cosa ci sia oltre la sofferenza stessa; ma tralasciando
le ulteriori meditazioni filosofiche che possano scaturire (vale la pena
solo soffermarsi forse sul fatto che Donne sopravvisse per moltissimi
anni a questa malattia), andiamo invece ad analizzare il quarto album in
studio dei Deuteronomium, il cui bassista Manu Lehtinen, dopo
essere rimasto impressionato dalla lettura del suddetto libro, ha deciso
di prenderne i contenuti ed utilizzarli per la stesura di questo "Deathbed
Poetry - Hope Against Hope"; un concept album in piena regola
quindi.
Senza dubbio quindi è l'aspetto lirico il piatto forte di questo lavoro,
testi introspettivi e profondi, che sicuramente vale la pena
approfondire per la loro ricchezza di contenuti; il loro connubio con la
musica proposta è in buona parte azzeccato. I dodici brani contenuti in
questo album presentano un connubio di generi estremi molto denso e
variegato; una matrice classic death prevede episodi che spaziano dal
thrash (How deep must we dig?, Sun & moon)
al black metal (Seven critical days, Arcanum serpens)
in maniera piuttosto naturale e fluida; si ha quindi un leggero
allontanamento dal death'n roll più scatenante e allegro. Non mancano
episodi potenti e travolgenti, vedi il blast-beat della opener
Solitude, Being human e la cadenzata citata
Sun & moon; Divine council spicca qualitativamente
per un approccio più melodico; mentre invece altri pezzi sono un po'
carenti di taglio e freschezza compositiva.
Si ha comunque un buon lavoro, la band suona bene ed i suoni sono molto
curati e professionali, forse il cantato può suonare talvolta un po'
noioso (ed è per questo forse che la band ha deciso saggiamente di
infilare episodi in screaming creando un'atmosfera talvolta acida e
maligna), ma alla fine il tutto scorre abbastanza bene; insomma, chi
predilige le metal-band estreme impostate sui canoni nord-europei
definirà sicuramente questo lavoro un bel sentire; chi invece ricerca
innovazione dia un ascolto preliminare prima di un eventuale acquisto.
Francesco Romeggini
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