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Quinta release e
quarto full-length per la band di Knoxville, Tennessee, "Back Again"
rappresenta forse l’apice compositivo per l’allora trio groove metal
americano (oggi quartetto con l’aggiunta del bassista Joey Fife pochi
mesi dopo l’uscita di questo lavoro), nonostante quest’album non sia
stato premiato dalle classifiche tanto quanto le uscite successive.
Nelle tracce del disco troviamo ben impresse tutte le caratteristiche
del marchio di fabbrica Disciple: eclettismo nel mischiare rock
nu metal ed hardcore, brani ultra-cristiani ricchi di citazioni dai
testi sacri, ma soprattutto quella ricerca per la melodia orecchiabile
ed i ritmi trascinanti che risulta azzeccata per quasi tutto il disco,
registrandosi pochi episodi in cui i nostri non riescono a coinvolgere
pienamente l’ascoltatore, e per fortuna mai scadendo in un approccio
affettato emoadolescenziale.
Partenza esplosiva
con la title-track dove gli strumentisti del gruppo vi manderanno
immediatamente in headbang con un riffone metalcore mentre il vocalist
Kevin Young innalza al cielo il suo screaming abrasivo, per poi passare
ad una struttura di scuola nu metal con strofa rappata e ritornello
melodico, inframezzata da un sobrio ma convincente assolo del
chitarrista Brad Noah. Seguono poi due momenti più "pacati" con
Fear e 103, ma mentre quest’ultima vi maltratterà
come si deve col suo crescendo che si distende negli splendidi "Alleluja"
del ritornello, Fear invece risulterà troppo monotona
soprattutto a causa della parte strumentale. Da qui in poi i nostri
infilano una serie di canzoni da far invidia, provate ad ascoltare
Touch e a non ritrovarvi ad urlare anche voi "Jesus I need
you, Jesus I want You!", o star fermi sulle vocals schizofreniche e a
tratti filtrate di Hardened, o ancora a non saltare dalla
sedia sui cambi di tempo di Why don’t you shut up dove lo
screaming arriverà a ferirvi le orecchie. Le precedenti sono prese a
puro titolo esemplificativo in una serie in cui non è possibile
individuarne una che emerga rispetto alle altre, tanto è pregevole il
lavoro fatto dalla band in questo frangente. I passi falsi del disco
sono, oltre alla già citata Fear, la terzultima e la
penultima traccia, rispettivamente Not the same e
Next time, tracce sulla falsariga di tutte quelle precedenti ma
dove il risultato complessivo perde di mordente e fallisce l’obiettivo
di tenere alta la tensione di chi ascolta. Bisogna rendere atto che i
Disciple ci salutano degnamente andando a chiudere il tutto con la
splendida semi-ballad One more time, con uso alterno di
malinconiche chitarre effettate ed acustiche e dove la voce calda di
Young la fa da padrone, veicolandovi tutta la passione cristiana di
questo vocalist nelle note e nelle parole, una canzone che da sola vale
l’acquisto del disco.
In definitiva un
album ben riuscito, sicuramente canzoni semplici ed omogenee fra loro,
sicuramente "tamarrissimo", ma è un genere dove più che la tecnica conta
il feeling che si riesce a creare, ed in questo i Disciple hanno
talento da vendere, potendo far ricredere anche coloro che come me sono
abituati a ben altra violenza sonora. A questo punto giova una nota
conclusiva alla luce delle ultime non esaltanti produzioni di questa
band, il titolo di quest’album esprime in pieno quello che vorremmo da
questo gruppo: ridateci indietro i Disciple, quelli veri,
ridateceli back again!
Daniel Djouder |