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Southern Hospitality
alternative
2008 - INO Records / SRE Recordings
(USA)
www.myspace.com/disciplerocks

 

Il 2008 che sta per concludersi, ci ha lasciato non poche sorprese, sia positive, sia negative. Mentre i vecchi leoni sono tornati a ruggire e le nuove leve lasciano il segno con lavori di tutti rispetto, come annunciato, ad ottobre è uscito "Southern Hospitality", che ci lascia senza dubbio un po’ stupiti. Come abbiamo già rilevato in "Scars Remain", il gruppo del Tennessee include Andrew Welch (ex Capital Lights), Micah Sinnan (ex Falling Up) alle chitarre, Israel Beachy (ex Staple, Flowerdagger) al basso, ma restano saldi al loro posto il frontman Kevin Young, il chitarrista Brad Noahe e il batterista Tim Barrett. L’aggiunta nella sezione ritmica composta dalla chitarre ha influito però sulla svolta melodica apportata: è difficilissimo dare una definizione del sound contenuto nel nuovo lavoro; non si può parlare certo di groove, né di metalcore. E allora quale genere stiamo trattando? Non è difficile trovare similitudini con gruppi quali Projet86 o P.O.D., ma anche The Showdown. Sì, perché pare che i Disciple abbiano voltato pagina verso quelle che sono le origini metal, tanto che alcune grosse webzine li considerino il frutto dell’anno del ritorno dei Guns 'N Roses. Similitudini a parte, certamente il loro ultimo lavoro ci propone un "nuovo" gruppo.

Southern hospitality, song che dà il titolo all’album, è una delle poche davvero degne di nota. L’inizio in sordina viene rinvigorito dalla voce del singer, divenuta più matura, anche più cattiva, che gioca coi cori nel ritornello. Su una cosa non possiamo sentirci delusi: la cura dei testi, ispirati come sempre alla Bibbia, della quale riportano, anche interi passi. Difatti, nel sito scrivono: "Regarding our lyrics, we try to write songs that are passionate, genuine, and from the heart. We like to write songs about real situations that people face in everyday life. We also understand that we are role-models and we want our music to point to our faith in Jesus". Scorre molto bene Romance me, più simile alle song dell’album precedente; un semplice solo accompagna il caratteristico bridge. Invece, il primo singolo estratto, 321 è molto più in sintonia con la nuova traiettoria di cui abbiamo parlato prima; ammicca a gruppi rock del passato e a quelli molto in voga sulle emittenti televisive americane (tipo Foo Fighters per intenderci) e si mette in luce per la ritmica della batteria, davvero molto particolare. Whisper so loud lascia spazio al basso, anche se il peso dell’assenza di Joey Fife si fa sentire, non solo per lo strumento a quattro corde, ma anche per l’assenza di idee. Un altro aspetto negativo di questo lavoro, infatti, è la ripetitività delle melodie e l’eccessiva lunghezza dell’album. Melodica, come d’ordinanza, è Whatever reason, molto orecchiabile, ma senza particolarità. Dal testo interessatissimo, Phoenix rising, unisce la chitarra, che si esprime in brevi momenti hard rock, all’eccellente lavoro del basso. Appassionata, Liar è l’unica in cui c’è un accurato assolo di chitarra. Passano senza infamia e senza lode Falling star, Right there, On my way down e la microtraccia Lay my burdens. Si chiude con una preghiera davvero bella, Savior: "‘cause I know You love her more than I could love her / You’ve already given more than I could offer / So I put my hope in You, / ‘cause I know You can save her / Jesus, Savior", parole che non hanno bisogno di alcun commento.

Giunti alla fine, tracciamo un bilancio. Questo nuovo sound, più vicino alle tendenze musicali odierne, avrà sicuramente seguito tra i fans più giovani e fra i nuovi, ma senza dubbio, lascia i vecchi "afecionados" con mille interrogativi; primo fra tutti: perché questo cambio melodico verso l’hard rock o, più semplicemente, verso il rock commercializzabile? Era proprio necessario?

Roberta Cannone

VOTO

75

 

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