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Tornano dopo ben quattro
anni di silenzio i Divine Symphony, uno dei gruppi di punta del
prolifico unblack metal sudamericano, con il loro secondo full-length
"The History". Il primo sguardo alla cover dell’album stupisce non
poco l’ascoltatore, poiché l’immagine di una croce rovesciata avvolta da
nuvole purpuree sulle quali sono dipinti volti scheletrici, non è certo
tipica dei gruppi unblack. Un analisi più approfondita risolve però ogni
dubbio: il Cd non è altro che un concept-album sulla figura di San
Pietro e sulla Chiesa cattolica (vista in una luce non molto positiva).
Passando quindi all’ascolto, si avverte sin dalle prime note che il
gruppo ha mantenuto inalterato il suo stile, coltivando inoltre la vena
epica rivelata nel precedente lavoro, senza sacrificare l’attenzione
alle sinfonie. Il primo brano, Martyrs, è infatti una
perla di symphonic black, a cui nulla manca; dopo un introduzione di
organo, si scatenano i riff, e poi lo scream del cantante Guerriero,
sopra la media, sebbene non particolarmente originale. Appare dopo poco
anche il cantato in clean, che si alterna per tutto il brano allo scream
in maniera magnifica; ma a seguire fa la sua comparsa anche una sezione
di tastiere, buona, ma decisamente poco appropriata al resto della
canzone. A ricreare l’emozione perduta ci pensa però la splendida
accelerazione degli ultimi minuti, che trasforma la canzone in una
cavalcata supportata da furiosi blastbeats.
Comincia poi il secondo
pezzo, forse uno dei migliori dell’intero disco, Giants,
di impronta black tradizionale, con ottimi riff e scream adattissimo e
scatenato. Darkness non ne è altro che una appendice,
proseguendo sul medesimo ritmo, alla medesima velocità, senza alcuna
variazione degna di nota, salvo una parentesi centrale di rallentamento
con assolo alquanto azzardata. Sulle imponenti note di un organo da
chiesa si fa strada la quarta traccia, che sconcerta un po’ nel primo
minuto con riff e toni tipici dell’heavy, ma che cambia ben presto ritmo
e musica, facendo sorgere seri dubbi sull’utilità dell’intro. Un leggero
risollevamento si ha con la quinta track, la più breve del disco
(quattro minuti e mezzo), che mantiene bene rapidità e metodicità,
coinvolgendo davvero l’ascoltatore. Reform, introdotta
dalle ormai familiari note d’organo, comincia in modo davvero
promettente, con uno scream prima soffocato, poi più forte ma lento e
disperato; malgrado il buon inizio però, crolla ben presto nella
banalità, riprendendosi con un coro in clean. Inevitabile il
rallentamento con le tastiere, che si rivela essere la spiacevole regola
di quest’album. Seguono poi Conquerors, pezzo totalmente
incolore ed assolutamente evitabile, e Dogmas and doubts,
che, batteria ultraveloce e ultraviolenta a parte, potrebbe benissimo
essere considerato power metal. New horizons è un po’ più
rabbiosa e i riff più incessanti, ma le tastiere fuori posto sono sempre
in agguato. Termina infine - con Unfinished era, altro
pezzo inutile - l’album, dopo oltre un ora di riff pressoché identici.
Di positivo in questo lavoro
c’è senz’altro la produzione, davvero ottima, e l’indubbia abilità degli
artisti nell’utilizzo dei loro strumenti, suonati però in alcuni casi
apparentemente con una totale mancanza di passione, di cui è l’esempio
la batteria, indiscutibilmente rapidissima, ma sempre identica per tutta
la durata del disco, senza alcuna particolarità. Totalmente
inappropriate le sezioni di tastiere, suonate molto bene, me che nulla
hanno a che fare con i pezzi, se non il ribadire la melodicità della
musica suonata dal gruppo. Una buona nota sarebbero le parti in clean,
ma sono esse quasi uguali in tutte le canzoni, pare quasi di risentire
le medesime strofe ripetute a vanvera. Maggiore colpa del gruppo, è però
la delusione che dà dopo i primi due pezzi, piuttosto belli ma
soprattutto capaci di creare una grande atmosfera, che crolla però
immediatamente, non essendo la band capace di inventare nuova melodie
ugualmente appassionanti. Non mancano alcuni momenti di livello alto
anche nel resto del disco, ma sono essi desolatamente affogati in mezzo
a brani informi e insapori. Ciò che manca sono soprattutto le idee,
l’originalità è un dono che ben poche band hanno oggi, ma se i Divine
Symphony si fossero soffermati maggiormente a studiare determinati
pezzi, sacrificando la lunghezza dell’album, avremmo probabilmente oggi
un lavoro decisamente migliore.
Andrea Costariol
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