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DIVINE SYMPHONY
Reject Darkness
 
INTERVISTA
6/9/2005
 
 

 

DIVINE SYMPHONY
The History
unblack
2008 - Extreme Records
(Brasile)
www.myspace.com/divinesymphonyofficial

 

Tornano dopo ben quattro anni di silenzio i Divine Symphony, uno dei gruppi di punta del prolifico unblack metal sudamericano, con il loro secondo full-length "The History". Il primo sguardo alla cover dell’album stupisce non poco l’ascoltatore, poiché l’immagine di una croce rovesciata avvolta da nuvole purpuree sulle quali sono dipinti volti scheletrici, non è certo tipica dei gruppi unblack. Un analisi più approfondita risolve però ogni dubbio: il Cd non è altro che un concept-album sulla figura di San Pietro e sulla Chiesa cattolica (vista in una luce non molto positiva). Passando quindi all’ascolto, si avverte sin dalle prime note che il gruppo ha mantenuto inalterato il suo stile, coltivando inoltre la vena epica rivelata nel precedente lavoro, senza sacrificare l’attenzione alle sinfonie. Il primo brano, Martyrs, è infatti una perla di symphonic black, a cui nulla manca; dopo un introduzione di organo, si scatenano i riff, e poi lo scream del cantante Guerriero, sopra la media, sebbene non particolarmente originale. Appare dopo poco anche il cantato in clean, che si alterna per tutto il brano allo scream in maniera magnifica; ma a seguire fa la sua comparsa anche una sezione di tastiere, buona, ma decisamente poco appropriata al resto della canzone. A ricreare l’emozione perduta ci pensa però la splendida accelerazione degli ultimi minuti, che trasforma la canzone in una cavalcata supportata da furiosi blastbeats.

Comincia poi il secondo pezzo, forse uno dei migliori dell’intero disco, Giants, di impronta black tradizionale, con ottimi riff e scream adattissimo e scatenato. Darkness non ne è altro che una appendice, proseguendo sul medesimo ritmo, alla medesima velocità, senza alcuna variazione degna di nota, salvo una parentesi centrale di rallentamento con assolo alquanto azzardata. Sulle imponenti note di un organo da chiesa si fa strada la quarta traccia, che sconcerta un po’ nel primo minuto con riff e toni tipici dell’heavy, ma che cambia ben presto ritmo e musica, facendo sorgere seri dubbi sull’utilità dell’intro. Un leggero risollevamento si ha con la quinta track, la più breve del disco (quattro minuti e mezzo), che mantiene bene rapidità e metodicità, coinvolgendo davvero l’ascoltatore. Reform, introdotta dalle ormai familiari note d’organo, comincia in modo davvero promettente, con uno scream prima soffocato, poi più forte ma lento e disperato; malgrado il buon inizio però, crolla ben presto nella banalità, riprendendosi con un coro in clean. Inevitabile il rallentamento con le tastiere, che si rivela essere la spiacevole regola di quest’album. Seguono poi Conquerors, pezzo totalmente incolore ed assolutamente evitabile, e Dogmas and doubts, che, batteria ultraveloce e ultraviolenta a parte, potrebbe benissimo essere considerato power metal. New horizons è un po’ più rabbiosa e i riff più incessanti, ma le tastiere fuori posto sono sempre in agguato. Termina infine - con Unfinished era, altro pezzo inutile - l’album, dopo oltre un ora di riff pressoché identici.

Di positivo in questo lavoro c’è senz’altro la produzione, davvero ottima, e l’indubbia abilità degli artisti nell’utilizzo dei loro strumenti, suonati però in alcuni casi apparentemente con una totale mancanza di passione, di cui è l’esempio la batteria, indiscutibilmente rapidissima, ma sempre identica per tutta la durata del disco, senza alcuna particolarità. Totalmente inappropriate le sezioni di tastiere, suonate molto bene, me che nulla hanno a che fare con i pezzi, se non il ribadire la melodicità della musica suonata dal gruppo. Una buona nota sarebbero le parti in clean, ma sono esse quasi uguali in tutte le canzoni, pare quasi di risentire le medesime strofe ripetute a vanvera. Maggiore colpa del gruppo, è però la delusione che dà dopo i primi due pezzi, piuttosto belli ma soprattutto capaci di creare una grande atmosfera, che crolla però immediatamente, non essendo la band capace di inventare nuova melodie ugualmente appassionanti. Non mancano alcuni momenti di livello alto anche nel resto del disco, ma sono essi desolatamente affogati in mezzo a brani informi e insapori. Ciò che manca sono soprattutto le idee, l’originalità è un dono che ben poche band hanno oggi, ma se i Divine Symphony si fossero soffermati maggiormente a studiare determinati pezzi, sacrificando la lunghezza dell’album, avremmo probabilmente oggi un lavoro decisamente migliore.

Andrea Costariol

VOTO

69

 

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