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Christian Rivel e Jani Stefanovic sono in questo momento due
musicisti in completa sublimazione artistica. Il primo sta
partorendo progetti a raffica, uno più riuscito dell'altro (Wisdom
Call, Narnia e Audiovision i più celebri), ed ha
raggiunto un'intensità, una malleabilità ed una espressività vocale
riservata a pochi eletti; il secondo dopo l'arricchente esperienza
come chitarrista dei Crimson Moonlight e come mastermind e
polistrumentista del suo gruppo, gli interessantissimi deathers
finlandesi Renascent, ha realizzato la maggior parte del
lavoro compositivo di "Glory Thy Name" e di questo come back
del neonato combo Divinefire, il cui terzo membro quanto ad
ispirazione non è certo dietro ai suoi due più celebri compagni:
Andreas Olsson è attualmente, o per un paio di casi è stato, il
bassista di ben sei band! Tutto ciò varrebbe ovviamente poco se poi
il nuovo album dei Divinefire risultasse deludente rispetto
alle numerose aspettative generate dal loro sorprendente debut: com'è dunque "Hero"? Colpisce innanzitutto la rapidità di
questa nuova uscita: i nostri si ripresentano sul mercato dopo soli
pochi mesi, entrambi i dischi infatti datano 2005, cosa
innegabilmente piuttosto rara; fretta di voler battere il ferro finchè è caldo, oppure eccezionale vena compositiva? Se "Hero"
superasse "Glory Thy Name" la risposta verrebbe da sè.
Apre il sipario, è proprio il caso di dirlo data la solenne
teatralità del sound, Resurrection con strabordanti
orchestrazioni, atmosfere neoclassico-malinconiche ed un Rivel che
subito si presenta più tecnico ed appassionato che mai; l'esaltante opener lascia il proscenio al power/speed incalzante,
tastieristico ed orchestrale di Secret weapon dove fa
ben presto la sua comparsa il growling - opera in "Hero" di
Stefanovic, a dire il vero non certo all'altezza di quello di
Hubertus
Liljegren, guest nel debut - ed un accattivante chorus seguito da un
complesso e furioso intreccio strumentale e da atmosfere
neoclassiche che sfociano in un lungo e articolato assolo
malmsteniano con lontani rintocchi di gong, per poi chiudere con un
ritorno all'intricato power ed al chorus. L'imponente maestosità
orchestrale prelude anche a Divinefire
traccia più heavy-oriented con break di puro death e del solito
power sinfonico: neoclassicicà, elaborati assoli ed un bel refrain
vanno a completare la terza perla su tre canzoni! "Solo" buona
stavolta è la song che segue, la title-track Hero
decisamente power, tecnico, possente ed ovviamente orchestrale, con
onnipresenti assoli ed un refrain molto catchy. Heavy e sinfonicità
è l'esplosivo mix iniziale di United as one che poi a
sorpresa fa precipitare il muro del suono per assestarsi in soavi
atmosfere da ballad che si alternano con l'iniziale sound: alchè un
nostalgico assolo in pieno heavy style ci accompagna ad una
conclusione heavy sinfonica con un chorus ripetuto più e più volte
(forse troppe). La song non convince del tutto per come è
strutturata, ma la prima metà almeno è decisamente notevole.
Probabilmente consapevoli di questo i Divinefire inseriscono
immediatamente dopo Leaving the shadows che attacca
prepotente, isterica ed orchestrale con un meraviglioso acuto di
Christian Rivel, che a questi livelli da lui non mi pare di aver mai
ascoltato: bellissima traccia power, al solito articolata nello
sviluppo chitarristico e ricchissima di pomposità orchestrale.
Profondi oscuri riff su cui irrompono le orchestrazioni e la
tagliente voce di Rivel, accattivanti melodie, neoclassicità ed
assoli caratterizzano Open your eyes. Arriviamo alla
canzone più soverchiante ed aggressiva dell'album New
beginning la quale conta oltre a passaggi di granitico heavy
tastieristico che si alterna al power neoclassico impreziosito da
una indovinata linea vocale, anche su momenti di puro death,
addolciti però nel complesso del songwriting da una centrale soavità
atmosferica e da un emozionante refrain finale. Un delirio di
tecnicità (che spesso tocca il prog), assoli, neoclassicità,
maestosità orchestrale e propulsioni death oriented, il tutto
introdotto da un violino, rendono la strumentale Cryptic
passages un efficacissimo sunto di tutto quanto abbiamo
goduto in questo fantastico album. Non è però la traccia di
chiusura, come ci si poteva attendere, dato che in conclusione è
piazzata una buona cover di The show must go on dei
Queen qui interpretata in chiave più metallosa ed aggressiva,
soprattutto nella passionale e viscerale prova della guest Maria
Radsten.
Nel complesso il sound di "Hero" rispetto a "Glory Thy Name" è
più compatto ed irruento, ma anche tecnico visto la presenza di
passaggi progressive e di una qualità complessiva arrangiamentale e
degli assoli - opera oltre che del malmsteeniano Carl Johan Grimmark, fida
spalla di Rivel in tante avventure nei Narnia, di Plec e di
Patrik Garberg - superione al
predecessore; le melodie ed i refrain risultano più articolati e
meno scontati, inoltre la costante presenza di orchestrazioni
riempie e solennizza la musica dei ragazzi scandinavi; la voce e la
prestazione di Rivel toccano apici superiori. Si dunque, rispondendo
all'interrogativo che ci ponevamo precedentemente: "Hero" è
meglio. Il progetto Divinefire ha portato un'inaspettata ventata
di freschezza all'interno dello sclerotizzato panorama power
mondiale, e felici che tanto beltà musicale faccia da coronamento
alla predicazione della verità del Verbo: "I am the resurrection and
the life / he who believes in me / will live even when he dies (John
11,25) / It's time to open up our eyes / to see the light beyond
this world", recitano le prime righe dell'opener Resurrection.
Dopo lo shock di "Glory Thy Name" aspettavamo impazienti la
conferma, che si è fatta attendere la frazione di un attimo: i
Divinefire sono già leggenda.
Vaake |