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Quando il tuo capo redattore decide di affidarti la
recensione di una band che si chiama Docile, tu in quanto povero
metallaro generico medio non puoi fare a meno di alcune considerazioni:
1) è uno dei monicker peggiori che si sia mai sentito; 2) con un nome
così il massimo che puoi sperare è che siano una sorta di light metal
della serie Nightwish-post-Tarja-incontrano-Evanescence-post-Moody,
mentre se ti va male te la rischi che facciano emo; 3) o il suddetto
capo redattore ha una vena burlona a cui non hai mai fatto caso, oppure
devi averla combinata grossa se ti punisce così, senza la minima pietà.
Perduto oramai ogni barlume di coraggio per fare ricerche su internet e
con alla mano la mia scorta di antiem(o)etici ho inserito, lasciata ogni
speranza, il Cd nel lettore, pronto ad un’esperienza del tipo "strappar
via il cerotto" che sarebbe durata per le sette tracce della tracklist;
ma premo play e sulle note de L’entrée quasi tiro un
sospiro di sollievo, "l’antipasto" in questione è una sorta di intro
strumentale di due minuti in cui il combo olandese imposta le coordinate
del proprio discorso musicale: un sentiero sempre in bilico fra black e
death melodici condito da scream e growl a profusione.
Diciamo che come inizio è buono, se non altro perché, oltre
al sollievo di essermi risparmiato un’esperienza tremenda, non posso che
approvare la scelta di mettere un intro dotato di senso invece di una
serie di campionamenti sconclusionati, come è andato fin troppo a lungo
di moda sull’onda dell’esempio degli Slipknot. La successiva
Fragile commitment si muove all’incirca nello stesso
ambiente, costruita sull’alternanza di sgaloppate velocissime che
rallentano aprendosi su accordi tenuti, l’assolo però è da dimenticare.
Passiamo ad Answer me e sarò sincero, se non fosse per
l’inizio con la breve melodia di chitarra non distinguerei questa
canzone dalla precedente, il lavoro alla sei corde solista però è
nettamente migliore in questo episodio. Arriviamo alla title-track che
parte in maniera sorprendente (per quanto sentito finora) con un riffing
d’influenza rock e buon assolo, le melodie si fanno più cupe e dense, i
nostri tengono bene per tutta la durata dei sei minuti, regalandoci il
terzo pezzo migliore del disco, già perché il vincitore arriverà alla
fine, mentre la seconda classificata è l’immediatamente successiva
Closed eyes, opened arms, che parte con quello che mi azzardo
a chiamare uno pseudo-breakdown per poi riportarsi sui territori death/black
più consoni ai nostri. Impostato il metronomo su ritmi notevolmente più
lenti e cadenzati di quelli usati finora si passa a Rewrite the
drama, spingendoci in spazi vagamente doom: l’idea era buona, ma
risulta fortemente penalizzata da una voce troppo monotona. Come detto
prima il pezzo migliore è l’ultima Embodiment of lies, di
gran lunga la composizione più articolata e fluida del platter, nonché
quella che vanta le melodie più incisive e l’assolo migliore.
C’è da dire che è una bella maratona arrivare in fondo al
disco, forse più che ai miei medicinali per lo stomaco avrei dovuto dar
fondo alle mie scorte di caffeina: i Docile sanno senz’altro
suonare, ma non ti sfoderano mai l’arrangiamento che ti rimane impresso,
provate come me a mettere questo Cd in macchina, suonerà, scorrerà,
ricomincerà daccapo chissà quante volte mentre voi non ve ne sarete
minimamente accorti, perché non vi verrà altro da fare che ignorarli e
cadere assorti a pensare i fatti vostri. Oltre a ciò e a quanto
criticato ancora più sopra, bisogna fare un appunto alla voce: growl e
scream sono ben eseguiti, ma bisogna inserirli in una linea vocale
definita per avere una melodia, sennò il risultato è uno che si sgola a
caso. Come nota aggiungerei che buona è la produzione, ma non eccelsa,
promossi anche i testi che sono di contenuto chiaramente cristiano. La
tecnica c’è, ma l’ispirazione è ancora un po’ latitante, non è un
peccato capitale per un gruppo al debutto, una formazione sicuramente da
tenere d’occhio dunque, il voto si alza di un po’ sopra la sufficienza
proprio in virtù di queste considerazioni.
Daniel Djouder |