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Anticipo subito: un bell’album, un tentativo di mettere insieme musica
classica e progressive, e questo sestetto ci riesce in pieno ottenendo
una miscela piacevole da ascoltare e per niente noiosa. Tutte le canzoni
sono piene di passaggi classici, che si intrecciano perfettamente con le
trame prog dei pezzi veloci.
Dopo l’intro, molto bello, con il gioco tra voce femminile
e maschile all'interno di un coro, si parte con due pezzi nei quali si
sente il lato aggressivo dell’heavy, un leggero ritorno alle origini, ma
eseguito con tecnica prog: ottimo è il lavoro delle chitarra e della
batteria. A dimostrazione che i ragazzi ci sanno fare arriviamo a quella
che è la migliore opera dell’album per quel che mi riguarda, ossia i 4
minuti di Carmina Burana eseguiti con personalità e stile.
Da qui in poi comincia un nuovo disco…l’heavy cessa di esistere e si
ritorna su un prog veloce e abbastanza tecnico. La chitarra prende il
sopravvento sul resto (ascoltate il solo di Suffering violence,
degno del miglior Petrucci). Abbiamo la ballad (a mio giudizio
inutilissima), Cloud in the desert che è la classica
canzone da tirar fuori solo ed esclusivamente quando avete una donna in
parte…l’unico aspetto positivo è che ci mostra alcuni numeri di cui il
batterista è capace, cioè veloci rullate e buoni controtempi. La
conclusione della canzone si poggia su un flauto, a continuare la serie
di richiami alla musica classica. Infine Suor de sangue
cantata in portoghese (come tutti i cristiani i nostri brasiliani
tengono alla loro tradizione), tema musicale interessante anche se mi ha
lasciato una specie di sensazione di incompiuto.
Scusate se mi ripeto, ma questo è un bell’album, molto
valido per una persona che cerca un rapporto musica classica-prog. Chi
invece ama il violento è meglio che lo eviti o che si prepari un po' di
caffé in quanto necessità di almeno quattro o cinque ascolti per essere
minimamente capito.
Un lavoro
interessante, una genialità non ancora espressa in maniera totale, un
sound che in alcuni punti tocca il pathos di "Scenes From A Memory"
dei Dream Theater. Manca ancora qualcosa, ma direi che il voto è
meritato.
Luigi Cantamesse
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