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DUSK
Si Vis Pacem, Para Bellum...
 
INTERVISTA
19/11/2006
 
 

 

DUSK
Nemo Ante Mortem Beatus
unblack
2004 - Self / 2006 - DarkEyes S.P.
(Italia)
www.myspace.com/inembraceofdusk

 

Nessuno è beato prima della morte. Potete pensarla come volete, ma è così. Siamo anime perse, angeli caduti, che vagano sulla terra mortale, cadendo, lottando, verso la morte, verso la beatitudine o la dannazione. Nell’oscurità. Quanto può far male l’oscurità? Tanto. Dusk attanaglia alla gola e non molla. Non confondetelo con gli altri Dusk, più band omonime che infestano la scena. Lui preme sull’angoscia, un macigno pesante di dolore umano, un colossale esorcismo di negatività. Le chitarre impastano suoni oscuri e monocordi. Opprimono, lacerano. Quando meno lo si aspetta fa la sua comparsa uno spiraglio di luce, che si stende sulla vallata di nebbia che si è sollevata dai watt degli amplificatori. E poi si ricade, giù, sempre più giù, nell’abisso. Le angosce di Azazel si stagliano su una voce a dir poco introspettiva, uno scream appena sussurrato, senza falsi effetti che disturberebbero la dolce quiete dell’oscurità, senza violenza o brutalità. Un dolce sussurro accompagnato dalla polvere dei suoni, della drum machine che rimbomba nelle orecchie come fosse un tragico e avvilito tonfo nel nulla. La musica dei Dusk è come una ballata nella notte, è come l’angelo della morte che ti prende per mano e ti fa fare un giro turistico nelle profondità dell’inferno (Nel buio). Una musica che nella sua schietta semplicità riesce ad essere viaggio spirituale dalla intensa (e pericolosa) carica emotiva. C’è un qualcosa di profondo che differenzia notevolmente questo lavoro da altri affini, c’è un qualcosa che ci impedisce di liquidarlo come ennesimo album "suicidal depressive dark black metal" e chi più ne ha più ne metta e a dieci aggettivi vinci un orsacchiotto. Dusk non ha tempo per queste cose. Massimo rispetto per Shining e Forgotten Tomb, ma qui siamo di fronte a qualcosa di molto, molto diverso.

 

L’album vive su contraddizioni, saliscendi, oscurità e luce, interiorità e violenza. Ora sembra cercare di essere il più introspettivo possibile, usando ritmiche lente, massimamente oscure, come una riflessione nei meandri nascosti dell’inconscio, un'analisi delle nostre perversioni per poterle combattere, una guerra spirituale contro il nostro io che ci strappa l’anima per i suoi sporchi comodi (Infinita ossessione). Dopo poco, però, tutto cambia. Ci si ritrova di fronte ad una schietta negatività non più nascosta e soffusa, ma buttata in faccia violentemente, sempre con lentezza, ma con una disperazione se possibile maggiore (Senza ritorno). É qui che fanno la loro comparsa le vocals femminili di Black Moon, a dir poco un'innovazione in un genere come questo. Se questa non è una dichiarazione di intenti, cosa lo è: lo spiraglio di luce che fa timidamente capolino nel buio più assoluto. Una corda distorta, toccata ossessivamente e cori angelici che si stagliano, e poi le vocals di lei, che sembrano una preghiera nella notte a Dio, una dolcissima richiesta di redenzione. Se questo non è "unblack", cosa lo è.

 

Morire dentro rende l’atmosfera più varia. Qui l’incedere è di darkthroniana memoria, con quei giri di riff che si spezzano e ipnotizzano e che rimandano moltissimo al vecchio Burzum. Il corteo continua. L’Apocalisse è ormai inoltrata, il cielo è già completamente oscurato. …nella tempesta calma tutto, è la classica quiete dopo la tempesta. Ma qui la quiete non è serena e innocente: è velenosa, ha il germe dell’angoscia nascosto nelle sue note. Un arpeggio che fa paura nel suo attendere, nel suo essere auto-indulgente come se qualcosa stesse per accadere da un momento all’altro. Come ritrovarsi nel centro del ciclone, nell’occhio della tempesta, che si spegne su sé stessa e lascia solo la cenere sotto di sé. La solennità della title-track chiude il cerchio, ci restituisce ampio respiro dopo l’atroce oppressione dei capitoli precedenti. La canzone è quasi epica nel suo incedere malinconico e doloroso, esprimendosi in maniera diversa, come la vittoria dopo la battaglia. Poi si calma in un timido arpeggio per esplodere poi come le onde marine di una tempesta, imprevedibili e maledette, e ancora lo spettro di un "Burzum al contrario" sempre lì che non muore, si annida, impietrisce, ma la musica ridiventa ariosa ed è la melodia a chiudere il cerchio. Questo è il vero senso dell’album: la speranza dopo il dolore, dopo la depressione, dopo la battaglia. La speranza prima della dannazione.

 

Se prima era impensabile che l’Italia potesse disporre di una qualche realtà "depressive unblack metal", tremendamente di nicchia in un paese dove è sconosciuto ai più anche il solo fatto che esista il metal cristiano, beh ora non lo è più. "Nemo Ante Mortem Beatus" è un esordio, ricordiamocelo, e va valutato in tale ottica; e per essere ancora acerbo e purtroppo immaturo, qui ci sarebbe solo da levarsi il cappello.

Stefano Pentassuglia

VOTO

82

 

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