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Nessuno è beato prima
della morte. Potete pensarla come volete, ma è così. Siamo anime perse,
angeli caduti, che vagano sulla terra mortale, cadendo, lottando, verso
la morte, verso la beatitudine o la dannazione. Nell’oscurità. Quanto può far male
l’oscurità? Tanto. Dusk attanaglia alla gola e non molla. Non
confondetelo con gli altri Dusk, più band omonime che infestano
la scena. Lui preme sull’angoscia, un macigno pesante di dolore umano,
un colossale esorcismo di negatività. Le chitarre impastano suoni oscuri
e monocordi. Opprimono, lacerano. Quando meno lo si aspetta fa la sua
comparsa uno spiraglio di luce, che si stende sulla vallata di nebbia
che si è sollevata dai watt degli amplificatori. E poi si ricade, giù,
sempre più giù, nell’abisso. Le angosce di Azazel si stagliano su una
voce a dir poco introspettiva, uno scream appena sussurrato, senza falsi
effetti che disturberebbero la dolce quiete dell’oscurità, senza
violenza o brutalità. Un dolce sussurro accompagnato dalla polvere dei
suoni, della drum machine che rimbomba nelle orecchie come fosse un
tragico e avvilito tonfo nel nulla. La musica dei Dusk è come una
ballata nella notte, è come l’angelo della morte che ti prende per mano
e ti fa fare un giro turistico nelle profondità dell’inferno (Nel
buio). Una musica che nella sua schietta semplicità riesce ad
essere viaggio spirituale dalla intensa (e pericolosa) carica emotiva.
C’è un qualcosa di profondo che differenzia notevolmente questo lavoro
da altri affini, c’è un qualcosa che ci impedisce di liquidarlo come
ennesimo album "suicidal depressive dark black metal" e chi più ne ha
più ne metta e a dieci aggettivi vinci un orsacchiotto. Dusk non
ha tempo per queste cose. Massimo rispetto per Shining e
Forgotten Tomb, ma qui siamo di fronte a qualcosa di molto, molto
diverso.
L’album vive su
contraddizioni, saliscendi, oscurità e luce, interiorità e violenza. Ora
sembra cercare di essere il più introspettivo possibile, usando ritmiche
lente, massimamente oscure, come una riflessione nei meandri nascosti
dell’inconscio, un'analisi delle nostre perversioni per poterle
combattere, una guerra spirituale contro il nostro io che ci strappa
l’anima per i suoi sporchi comodi (Infinita ossessione).
Dopo poco, però, tutto cambia. Ci si ritrova di fronte ad una schietta
negatività non più nascosta e soffusa, ma buttata in faccia
violentemente, sempre con lentezza, ma con una disperazione se possibile
maggiore (Senza ritorno). É qui che fanno la loro comparsa
le vocals femminili di Black Moon, a dir poco un'innovazione in un
genere come questo. Se questa non è una dichiarazione di intenti, cosa
lo è: lo spiraglio di luce che fa timidamente capolino nel buio più
assoluto. Una corda distorta, toccata ossessivamente e cori angelici che
si stagliano, e poi le vocals di lei, che sembrano una preghiera nella
notte a Dio, una dolcissima richiesta di redenzione. Se questo non è "unblack",
cosa lo è.
Morire dentro
rende l’atmosfera più varia. Qui l’incedere è di darkthroniana memoria,
con quei giri di riff che si spezzano e ipnotizzano e che rimandano
moltissimo al vecchio Burzum. Il corteo continua. L’Apocalisse è
ormai inoltrata, il cielo è già completamente oscurato. …nella
tempesta calma tutto, è la classica quiete dopo la tempesta. Ma
qui la quiete non è serena e innocente: è velenosa, ha il germe
dell’angoscia nascosto nelle sue note. Un arpeggio che fa paura nel suo
attendere, nel suo essere auto-indulgente come se qualcosa stesse per
accadere da un momento all’altro. Come ritrovarsi nel centro del
ciclone, nell’occhio della tempesta, che si spegne su sé stessa e lascia
solo la cenere sotto di sé. La solennità della title-track chiude il
cerchio, ci restituisce ampio respiro dopo l’atroce oppressione dei
capitoli precedenti. La canzone è quasi epica nel suo incedere
malinconico e doloroso, esprimendosi in maniera diversa, come la
vittoria dopo la battaglia. Poi si calma in un timido arpeggio per
esplodere poi come le onde marine di una tempesta, imprevedibili e
maledette, e ancora lo spettro di un "Burzum al contrario" sempre
lì che non muore, si annida, impietrisce, ma la musica ridiventa ariosa
ed è la melodia a chiudere il cerchio. Questo è il vero senso
dell’album: la speranza dopo il dolore, dopo la depressione, dopo la
battaglia. La speranza prima della dannazione.
Se prima era
impensabile che l’Italia potesse disporre di una qualche realtà
"depressive unblack metal", tremendamente di nicchia in un paese dove è
sconosciuto ai più anche il solo fatto che esista il metal cristiano,
beh ora non lo è più. "Nemo Ante Mortem Beatus" è un esordio,
ricordiamocelo, e va valutato in tale ottica; e per essere ancora acerbo
e purtroppo immaturo, qui ci sarebbe solo da levarsi il cappello.
Stefano Pentassuglia |