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DUSK
Nemo Ante Mortem Beatus
 
INTERVISTA
19/11/2006
 
 

 

DUSK
Si Vis Pacem, Para Bellum...
unblack
2008 - DarkEyes S.P.
(Italia)
www.myspace.com/inembraceofdusk

 

Un'atmosfera oppressiva, schiacciante, un fischio sottile, affilato, e dei gemiti soffocati, che lasciano presagire una sofferenza che deve ancora scatenarsi; se la nebbia avesse dei suoni, non sarebbero probabilmente molto differenti da questi. Poi, d’improvviso, inaspettate, le note di una chitarra, l’avvio di una batteria, e un urlo straziato, supportato da riff spietati e ripetuti ossessivamente, assalgono l’ascoltatore ancora confuso e sbalordito da un tale attacco che lo ha preso completamente disarmato. È questo il primo minuto di Nero inverno sanguinante, prima traccia del secondo full-length di Dusk, la one-man-band depressive unblack metal dell’artista italiano Azazel. Dopo un ottimo debutto con il Cd "Nemo Ante Mortem Beatus", Azazel ci presenta quest’opera, composta di quattro tracce di lunga durata, nelle quali vengono esplorati i lati più estremi e tenebrosi del genere, che erano stati solo accennati nel primo lavoro. La musica continua, supportata da una perfetta batteria alla quale è dato grande risalto, che scandisce incessantemente i riff misti alle urla disperate. Comincia il testo vero e proprio, una pura ode di dolore, cantata nell’incredibile scream di Azazel, lacerato dalla sofferenza interiore; è davvero difficile resistere a questa devastazione senza gettarsi a terra in lacrime, invocando una fine a tale tormento emotivo. E inaspettatamente questa fine avviene, dopo quattro minuti il vortice della chitarra si placa, lasciando spazio ad un breve intermezzo ambient, dominato dal suono del vento e dei gemiti, che non fanno altro che aggiungere alla sofferenza e depressione un’abbondante carico d’angoscia. Dopo poco ricomincia la musica, con la spietata batteria, nella quale dominano i piatti, che non dà tregua né riposo. Segue un nuovo intermezzo, più lungo e introspettivo, e a questo l’ultima sezione di riff, se possibile più furiosi, nel pieno dei quali termina il canto con la terribile frase "Ora è il momento dell’addio…". Dopo 20 minuti, la canzone termina nel medesimo modo con cui era iniziata, dissolvendosi nel vento gelido che soffia.

Dopo un pezzo di una tale, devastante, sofferenza, ho avuto paura ad ascoltare il resto del Cd, certo che le tracce seguenti non potessero esserne all’altezza, e rovinassero un tale capolavoro. Solo quando presi coraggio capii quanto mi sbagliavo. Nel silenzio comincia Neronoia (Tra i miei silenzi), seconda e più breve traccia del brano, con i suoi 13 minuti. Il vuoto è riempito da malati e inquietanti suoni metallici, fino ad un totalmente inaspettato suono in aumento progressivo di volume, che nuovamente spiazza e dà il via a taglienti riff, che rammentano non poco il Burzum di "Hvis Lyset Tar Oss" e "Filosofem". La musica è trascinante, ma sacrifica un po’ le atmosfere surreali che si erano create. La canzone prosegue senza particolari mutamenti per sette minuti, quando l’ascoltatore viene inghiottito da un particolarissimo cantato in clean, a dir poco avvolgente. I riff terminano bruscamente, lasciando spazio negli ultimi tre minuti ad ottimi arpeggi, che restituiscono al brano tutta la magia strappata della furia della chitarra. Al di là del nulla, il terzo e più lungo brano, comincia in modo molto simile alla prima canzone, ma l’atmosfera pesante invece di essere formata da altalenanti alti e bassi, assume la forma di un crescendo che, nonostante duri meno di un minuto, sembra interminabile e schiacciante. Comincia quindi la musica, questa volta molto lenta, coadiuvata dalla onnipresente batteria. Per i successivi sei minuti il pezzo si mantiene identico, senza riservare particolari emozioni, ma senza alcun preavviso i riff si fermano, crolla il silenzio, nel quale a breve risuona un pianto senza speranza. A questo si sovrappongono alcuni secondi dopo una serie di rumori metallici, alieni e soffocanti, non vi è alcun ritmo o alcuna scansione che li regoli, e i gemiti e le urla che proseguono, ora di sofferenza, ora di terrore, lasciano l’ascoltatore senza fiato, incapace di pensare ad altro che non sia il dolore stesso. Quattro minuti è la durata di questa terrificante parentesi, un incubo vivido e incancellabile, un’agonia di ogni serenità, che apre porte nella mente che sarebbero dovute rimanere chiuse. È quasi consolante il ritorno della chitarra, che con due note ripetute riporta al brano la musica. Ricominciano quindi i riff, ma per quanto siano essi coinvolgenti, non possono cancellare il ricordo dei quattro angoscianti minuti che li hanno preceduti.

Inizia quindi la title-track, ultima tappa del nostro viaggio nell’abisso. Il vento che ha introdotto le tracce precedenti, da sottile lama d’aria, è ormai mutato in una bufera che invece di placarsi come nelle canzoni passate, accompagna le note di chitarra, e si fonde alla perfezione con esse. Appare questo pezzo in un certo senso "fuori luogo" rispetto all’omogeneità dei brani precedenti, presentandosi come una sfuriata di raw black metal con blastbeats compresi, che non sarebbe stonata nel side project di Azazel, Suspiria Profundis. Ma come ormai abbiamo capito, credere di avere qualche sicurezza prima dell’ottavo minuto di canzone è tanto incauto quanto disilludente. Comincia infatti dopo qualche minuto un intermezzo ambient, seguito da un assolo acuto, e finalmente, dopo una serie di testi incentrati su angoscia, depressione e autodistruzione, nei quali non era immaginabile alcuna speranza, esplode la risposta a tutti i quesiti e le sofferenze precedenti: "Un'invocazione sola mi resta…Oh, mio DIO!"; la fiamma della salvezza non brilla, divampa. Il vero spirito del disco si rivela, la sofferenza non cessa, ma è ora affrontata in un ottica totalmente diversa, che lascia ben sperare per il futuro, grazie all’aiuto di Dio; come non citare Dante? "E uscimmo a riveder le stelle", e la luce divina è difatti ben visibile e a portata di mano. Gli ultimi 5 minuti di canzone sono dedicati ad un lungo periodo dark ambient, riempito di struggenti e malinconiche note, che cullano fino all’ultima strofa, parlata in growl. Si conclude così, dopo quasi 80 minuti, questo incubo a lieto fine.

"Si Vis Pacem, Para Bellum..." è probabilmente uno dei più alti esempi di musica unblack a livello mondiale, degno di essere paragonato ai grandi del genere. Azazel conferma le speranze riposte su di lui dagli ascoltatori del suo primo Cd, dando vita ad una perla di depressive aperta alla speranza e alla redenzione, e creandosi saldamente un proprio, unico sound, senza però tralasciare rimandi ai classici, che si fondono in perfetta armonia con il resto dell’opera. Da non sottovalutare anche l’artwork, di notevole bellezza, considerato il budget, non certo alto, che presenta una copertina che, risultando semplicemente bella ad una veloce occhiata prima dell’ascolto, si rivela poi perfettamente inserita nel contesto finale di salvezza. Bellissimo anche il video di Nero inverno sanguinante presente nel secondo Cd, in un fumoso bianco e nero che rappresenta perfettamente le immagini e le emozioni trasmesse dalla musica. Unica piccola stonatura è la mancanza di un libretto con le lyrics. Non rimane altro da dire, se non ringraziare di cuore Azazel da parte di tutti gli amanti dell'unblack, per aver finalmente dato all’Italia una voce (e che voce!) in questo genere musicale, e fargli il più sentito augurio di continuare la sua carriera musicale che, ne sono certo, ci darà altre piacevoli sorprese.

Andrea Costariol

VOTO

92

 

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