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Un'atmosfera oppressiva,
schiacciante, un fischio sottile, affilato, e dei gemiti soffocati, che
lasciano presagire una sofferenza che deve ancora scatenarsi; se la
nebbia avesse dei suoni, non sarebbero probabilmente molto differenti da
questi. Poi, d’improvviso, inaspettate, le note di una chitarra, l’avvio
di una batteria, e un urlo straziato, supportato da riff spietati e
ripetuti ossessivamente, assalgono l’ascoltatore ancora confuso e
sbalordito da un tale attacco che lo ha preso completamente disarmato. È
questo il primo minuto di Nero inverno sanguinante, prima
traccia del secondo full-length di Dusk, la one-man-band
depressive unblack metal dell’artista italiano Azazel. Dopo un ottimo
debutto con il Cd "Nemo Ante Mortem Beatus", Azazel ci presenta
quest’opera, composta di quattro tracce di lunga durata, nelle quali
vengono esplorati i lati più estremi e tenebrosi del genere, che erano
stati solo accennati nel primo lavoro. La musica continua, supportata da
una perfetta batteria alla quale è dato grande risalto, che scandisce
incessantemente i riff misti alle urla disperate. Comincia il testo vero
e proprio, una pura ode di dolore, cantata nell’incredibile scream di
Azazel, lacerato dalla sofferenza interiore; è davvero difficile
resistere a questa devastazione senza gettarsi a terra in lacrime,
invocando una fine a tale tormento emotivo. E inaspettatamente questa
fine avviene, dopo quattro minuti il vortice della chitarra si placa,
lasciando spazio ad un breve intermezzo ambient, dominato dal suono del
vento e dei gemiti, che non fanno altro che aggiungere alla sofferenza e
depressione un’abbondante carico d’angoscia. Dopo poco ricomincia la
musica, con la spietata batteria, nella quale dominano i piatti, che non
dà tregua né riposo. Segue un nuovo intermezzo, più lungo e
introspettivo, e a questo l’ultima sezione di riff, se possibile più
furiosi, nel pieno dei quali termina il canto con la terribile frase
"Ora è il momento dell’addio…". Dopo 20 minuti, la canzone termina nel
medesimo modo con cui era iniziata, dissolvendosi nel vento gelido che
soffia.
Dopo un pezzo di una tale,
devastante, sofferenza, ho avuto paura ad ascoltare il resto del Cd,
certo che le tracce seguenti non potessero esserne all’altezza, e
rovinassero un tale capolavoro. Solo quando presi coraggio capii quanto
mi sbagliavo. Nel silenzio comincia Neronoia (Tra i miei silenzi),
seconda e più breve traccia del brano, con i suoi 13 minuti. Il vuoto è
riempito da malati e inquietanti suoni metallici, fino ad un totalmente
inaspettato suono in aumento progressivo di volume, che nuovamente
spiazza e dà il via a taglienti riff, che rammentano non poco il
Burzum di "Hvis Lyset Tar Oss" e "Filosofem". La
musica è trascinante, ma sacrifica un po’ le atmosfere surreali che si
erano create. La canzone prosegue senza particolari mutamenti per sette
minuti, quando l’ascoltatore viene inghiottito da un particolarissimo
cantato in clean, a dir poco avvolgente. I riff terminano bruscamente,
lasciando spazio negli ultimi tre minuti ad ottimi arpeggi, che
restituiscono al brano tutta la magia strappata della furia della
chitarra. Al di là del nulla, il terzo e più lungo brano,
comincia in modo molto simile alla prima canzone, ma l’atmosfera pesante
invece di essere formata da altalenanti alti e bassi, assume la forma di
un crescendo che, nonostante duri meno di un minuto, sembra
interminabile e schiacciante. Comincia quindi la musica, questa volta
molto lenta, coadiuvata dalla onnipresente batteria. Per i successivi
sei minuti il pezzo si mantiene identico, senza riservare particolari
emozioni, ma senza alcun preavviso i riff si fermano, crolla il
silenzio, nel quale a breve risuona un pianto senza speranza. A questo
si sovrappongono alcuni secondi dopo una serie di rumori metallici,
alieni e soffocanti, non vi è alcun ritmo o alcuna scansione che li
regoli, e i gemiti e le urla che proseguono, ora di sofferenza, ora di
terrore, lasciano l’ascoltatore senza fiato, incapace di pensare ad
altro che non sia il dolore stesso. Quattro minuti è la durata di questa
terrificante parentesi, un incubo vivido e incancellabile, un’agonia di
ogni serenità, che apre porte nella mente che sarebbero dovute rimanere
chiuse. È quasi consolante il ritorno della chitarra, che con due note
ripetute riporta al brano la musica. Ricominciano quindi i riff, ma per
quanto siano essi coinvolgenti, non possono cancellare il ricordo dei
quattro angoscianti minuti che li hanno preceduti.
Inizia quindi la
title-track, ultima tappa del nostro viaggio nell’abisso. Il vento che
ha introdotto le tracce precedenti, da sottile lama d’aria, è ormai
mutato in una bufera che invece di placarsi come nelle canzoni passate,
accompagna le note di chitarra, e si fonde alla perfezione con esse.
Appare questo pezzo in un certo senso "fuori luogo" rispetto
all’omogeneità dei brani precedenti, presentandosi come una sfuriata di
raw black metal con blastbeats compresi, che non sarebbe stonata nel
side project di Azazel, Suspiria Profundis. Ma come ormai abbiamo
capito, credere di avere qualche sicurezza prima dell’ottavo minuto di
canzone è tanto incauto quanto disilludente. Comincia infatti dopo
qualche minuto un intermezzo ambient, seguito da un assolo acuto, e
finalmente, dopo una serie di testi incentrati su angoscia, depressione
e autodistruzione, nei quali non era immaginabile alcuna speranza,
esplode la risposta a tutti i quesiti e le sofferenze precedenti:
"Un'invocazione sola mi resta…Oh, mio DIO!"; la fiamma della salvezza
non brilla, divampa. Il vero spirito del disco si rivela, la sofferenza
non cessa, ma è ora affrontata in un ottica totalmente diversa, che
lascia ben sperare per il futuro, grazie all’aiuto di Dio; come non
citare Dante? "E uscimmo a riveder le stelle", e la luce divina è
difatti ben visibile e a portata di mano. Gli ultimi 5 minuti di canzone
sono dedicati ad un lungo periodo dark ambient, riempito di struggenti e
malinconiche note, che cullano fino all’ultima strofa, parlata in growl.
Si conclude così, dopo quasi 80 minuti, questo incubo a lieto fine.
"Si Vis Pacem, Para Bellum..." è probabilmente uno dei più alti esempi
di musica unblack a livello mondiale, degno di essere paragonato ai
grandi del genere. Azazel conferma le speranze riposte su di lui dagli
ascoltatori del suo primo Cd, dando vita ad una perla di depressive
aperta alla speranza e alla redenzione, e creandosi saldamente un
proprio, unico sound, senza però tralasciare rimandi ai classici, che si
fondono in perfetta armonia con il resto dell’opera. Da non
sottovalutare anche l’artwork, di notevole bellezza, considerato il
budget, non certo alto, che presenta una copertina che, risultando
semplicemente bella ad una veloce occhiata prima dell’ascolto, si rivela
poi perfettamente inserita nel contesto finale di salvezza. Bellissimo
anche il video di Nero inverno sanguinante presente nel
secondo Cd, in un fumoso bianco e nero che rappresenta perfettamente le
immagini e le emozioni trasmesse dalla musica. Unica piccola stonatura è
la mancanza di un libretto con le lyrics. Non rimane altro da dire, se
non ringraziare di cuore Azazel da parte di tutti gli amanti
dell'unblack, per aver finalmente dato all’Italia una voce (e che voce!)
in questo genere musicale, e fargli il più sentito augurio di continuare
la sua carriera musicale che, ne sono certo, ci darà altre piacevoli
sorprese.
Andrea Costariol
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