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DYING BLAZE
Dusha Pod Zemley
unblack
2006 - Self
(Ucraina)
www.myspace.com/dyingblaze

 

Spunta praticamente dal nulla il full di questa band, che va ad aggiungersi al discreto numero di gruppi unblack dei cui componenti si sa poco o nulla. È questo appunto il caso dei Dying Blaze, forse un solo project, di cui è nota solo la nazionalità ucraina.

Il disco si apre con una serie di ululati, suggestiva soluzione adottata (ironia della sorte) da numerosi gruppi pagan black, che fanno da sottofondo all’unico riff e alle tastiere goticheggianti. Comincia poi la prima vera song, Pochoroni Diavola, con cori da chiesa e campane che introducono una notevole dose di atmosfera orientale, quasi a trovarsi in un monastero gotico. La canzone di per sé è abbastanza banale, numerosi i rimandi agli Emperor con tastiere che tolgono parecchio spazio alle chitarre, batteria messa molto in secondo piano dalla produzione non scadente ma tutt’altro che perfetta, e uno scream anonimo. Si fa strada però al quarto minuto un riff dal sapore tipicamente thrash-death, che per quanto ben fatto sembra alquanto fuori luogo. Gefsimankiy sad è il buon risultato della somma di numerosi elementi che poco hanno a che fare tra loro. Il riff iniziale, che ricompare anche nel finale della canzone, deve molto ai primi Antestor e al loro unblack intriso di doom; la chitarra prende un po’ vigore, e anche la batteria ci dona qualche piacevole rullata. Al quarto minuto compare un assolo heavy metal alquanto bizzarro per la sua sovrapposizione ad un funereo e granitico organo e, dopo pochi istanti dal suo termine, si scatena un violento vortice di matrice darkthroniana. Da un pezzo piuttosto originale si passa ad uno altrettanto banale, Boguobiytza, le cui tastiere sono praticamente ricalcate su quelle, guarda un po’ che caso, degli Antestor, stavolta quelli dell’ultimo "The Forsaken". Tzyar è il brano che mostra maggiore personalità dell’album, una cavalcata dove le ottime tastiere inseguono la batteria, che si dimostra all’altezza del compito, il tutto avvolto da uno scream non ancora al massimo, ma che tenta comunque di emergere. Emergono in tutta la loro potenzialità nella sesta Denitza, sin zari lo scream finalmente vigoroso e la batteria capace di dare martellate degne di questo nome. Purtroppo il resto non è altrettanto soddisfacente: la tastiere sono a dir poco ridondanti e coprono completamente le chitarre, in più compare un altro riff che sembra finito per errore nella canzone e che nulla vi ha a che fare. Comincia quindi la title-track un discreto brano, che se fosse stato meglio gestito avrebbe potuto essere un ottima song. Le tastiere finalmente si limitano a fare da contorno alle chitarre, che ci regalano ottimi riff trascinanti che mettono voglia di headbangare; al buon scream si affiancano un ottimo growl e un mediocre clean. La canzone prosegue senza alcun intoppo fino al penultimo minuto, quando comincia un improbabile assolo che risulta incredibilmente stonato rispetto all’omogeneo impianto della song. Si chiude dopo poco più di mezz’ora il disco, con un Outro piuttosto maligno e dal sapore vagamente industrial.

Il full nel complesso risulta essere un gran misto di svariate influenze, orchestrate talvolta con successo, e talvolta con pessimo gusto, rendendo l’andamento del disco saltellante tra buone e cattive songs. La breve durata e la varietà di stili gli consente di non essere per nulla noioso, le ottime, ma ahimè onnipresenti, tastiere danno una notevole carica di atmosfera. Le virtù dell’album si limitano però ad essere queste, affiancate a difetti non gravi, ma numerosi, quali la produzione non buonissima (accettabile però in un gruppo alle prime armi) e soprattutto l’esagerata derivazione della musica, a volte apparentemente copiata nota per nota da vari altri artisti. Si sente però un tentativo di personalizzare e gestire in modo originale queste influenze, e ciò da al disco una nota di sperimentazione non negativa. Da notare inoltre il notevole gusto dell’artwork. Resta comunque un album discreto, trattandosi di un debutto, e si spera che col prossimo lavoro (se ce ne sarà uno) i Dying Blaze riescano a gestire meglio la propria musica, dando un ordine alle buone idee ed eliminando quelle meno piacevoli.

Andrea Costariol

VOTO

70

 

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