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Il Brasile è davvero un paese molto prolifico per il white
metal, ma non solo relativamente ai generi più estremi. Ai più
conosciuti gruppi unblack come i Divine Symphony,
Baraque’s Lord, Poems Of Shadows, ed ai molti death, si
affiancano sul mercato anche alcuni gruppi power come gli Eterna
o i Seven Angels. I Dynasty rappresentano un altro
valido nome da aggiungere alla folta lista, e proprio nella
categoria power. I paragoni sono inevitabili così come le influenze
di cui risente questo album: se amate gli stessi Eterna, i
Symphony X, i Sonata Arctica questo disco fa davvero al
vostro caso. Non hanno certo raggiunto il livello di questi gruppi,
ma sono di certo sulla buona strada.
"Motus
Perpetuus":
11 tracce compongono il primo full-length di questi sei ragazzi che
avevano già pubblicato nei precedenti sette anni un demo e due Ep.
Il loro è un power trascinante, a tratti davvero veloce, con una
buona varietà di composizione ed una gran tecnica strumentale. Unico
appunto da fare è per il singer Nahor Andrade: non si parla di voce
bella o brutta ma di un modo particolare di cantare ed interpretare
i brani; delle volte si ha proprio l’impressione che Andrade manchi
di aggressività, di mordente, di grinta, impressione che via via
scema con il susseguirsi degli ascolti. Rispetto ad altri cantanti
power il suo diverso taglio vocale rimane meno immediato, ma si
impara presto ad apprezzarlo.
I Dynasty non fanno certo i complimenti e partono
subito a mille con Not in vain aperta da velocissime
note di tastiera. Già dal primo brano il gruppo denota una più che
apprezzabile tecnica nella composizione. Il lavoro di Gustavo Ivon
alle keys, è veramente fondamentale. I suoi velocissimi riff in
Eternity ricordano molto i Sonata Arctica di
"Ecliptica"; qui i backing vocals non sono così esaltati, ma anche per loro vale lo
stesso discorso fatto per la voce. Una catchy melody ed un Andrade
più graffiante, che dà qualcosa in più, caratterizzano Against
all evil. Dei rintocchi di campana schiudono la strada a
dolci note di chitarra accompagnate dalla voce in The word
that remains; il tutto sembra condurre ad una malinconica
ballad, ma il ritmo cambia, grazie a dei riff decisi e potenti; un
malinconico assolo chiude questi 6:10 minuti. Una grande varietà nel songwriting è presente in Miztwoch, che alterna cori, riff heavy, arpeggi di tastiera ed un veloce e sorprendente assolo,
ma anche nel brano successivo, Following the sign.
La prova meno convincente per la voce è rappresentata da
Another chance: la composizione del brano è alquanto piatta,
ma fino al terzo minuto: si ha una gran svolta con gli strumenti
(soprattutto le chitarre) che si pongono in primo piano
risollevandone le sorti. Salvation è un’altra prova
della loro tecnica mentre Just for loving you è
l’immancabile classica ballad power, introdotta da voce-piano che
poi esplode sviluppandosi in altre linee melodiche; niente di
eccezionale ma comunque godibile. Si ritorna su grintosi binari
power con The time is over, che rappresenta, insieme
al brano seguente, la prova più riuscita e decisa per il singer.
Proprio Goldenland (che tratta l’invasione del Brasile
da parte degli europei, con tutte le drammatiche conseguenze e
schiere di morti che questo può comportare) è la traccia più intensa
dell’intero album chiusa da struggenti note di piano e
violoncello.
Un'annotazione finale per l’artwork, curato ed apprezzabile,
e per le lyrics, tutte centrate, ad eccezione dell’ultimo
citato brano,
sull’amore per Dio e sul sacrificio di Cristo che ci ha donato la
salvezza lavando i nostri peccati (Salvation / I found in my Lord / He
gave his life for me in the cross / His love / That gives me life / Inside
of Him, don’t suffer anymore).
Ilaria Ricci |