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Amanti del doom melanconico e melodico sviscerato in growl e ricco di partiture death e black, per coloro che si entusiasmano
cullandosi nelle rattristate e vorticose armonie di band come Morphia
e Royal Anguish (quantomeno di "Mysterion") e le
loro poetiche, metaforiche, romantiche ed introspettive liriche sempre
intrise
di dichiarata fede cristiana, siate dunque d'animo ilare ora perchè è uscito
ancora un
disco che fa per voi: "Cold" dei russi Ekklesiast.
Per essere precisi il secondo full-length della band, a
seguito di "When The Dead Boughs Will Awake From The Dreams" del
2001, fu registrato un paio di anni dopo quello, ma al tempo ne girarono
solo pochissime copie autoprodotte: è solo con la firma per la Solitude
Productions che noi tutti ne possiamo godere. Le due versioni sono
uguali in tutto e per tutto, a parte però la presenza di titoli in
cirillico per molte song e per il nome del disco stesso che diviene nel
mercato dell'ex impero sovietico "Holod". Artwork professionale, liriche per lo
più in russo ma anche in inglese, produzione buonissima: fin dalle
prime note si capisce che il trio fa sul serio, e lo fa
decisamente bene.
Gocce di pioggia si infrangono, lontani tuoni ed un
sognante arpeggio...soppresso dall'irrompere di un corposo doom con
recitato in lingua natìa: è la bella opener Flower of dismay,
l'unica traccia con keys
che si giova con esse di atmosfere soffuse ma che vanta anche un
perpetrato duetto tra clean
maschile e la brava guest Luba Medvedeva. Chiudono chitarre violente,
quest'ultime doverosa introduzione alla successiva Microcosmos dal sound black-oriented, pervasivo,
non furioso quanto invece più doom,
eseguito senza macchia. Dalle forti tinte morphiane è la doom/gothic/death
Release from a reveries, grande deep growl con lead melodica, pause rilassate e
attacchi violenti. Piuttosto alterna al contrario la subentrante
Turning to ice, edificata su un malriuscito duetto tra clean (e poi growl)
dell'anche chitarrista Alexandr Senin e la voce di Luba. In Eyes
of alien worlds è evidente l'influenza dei
grandi Orphaned Land nei loro episodi più aspramente death. Una
song che picchia.
Giro di boa e facciamo conoscenza con la vena sperimentali degli
Ekklesiast: i 7:20 di Flame of desires presentano infatti un bizzarro synth protagonista in una lenta e grave marcia doom
inframmezzata da distese ariose e melodie di sei corde. Ma non entusiasma.
Riff di acustica accompagnato dal basso costituiscono il breve viaggio
onirico di Seasons. Con Destiny's end si torna alla
sentenziosità doom, aperta alla melodia ed al
pulito quanto a poderose avanzate death; l'intenso finale esprime
angoscia. Una bella canzone questa, ma non paragonabile alla super
This world without us, riuscito assai complesso intreccio di
violenza e solarità. A condurci alla fine del percorso Step to
eternity, rilassata, nostalgica, irruenta, atmosferica, poderosa: e qui i
Morphia sono quasi una
citazione. Conoscete le band di riferimento, sapete che si
tratta di qualità a molte stelle: se vi capita tra le mani ed apprezzate
la proposta allora non perdetevi "Cold", dalle
ghiacciate terre
innevate dove però splende prima il sole.
Vaake
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