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La data che immortala la venuta al mondo della doom
band russa risale ad un paio abbondanti di lustri addietro (1994) e ciò
sorprende un poco poichè l'album che mi trovo a recensire -
dall'interminabile titolo peraltro: "When The Dead Boughs Will Awake
From The Dreams" - è l'esordio degli Ekklesiast, e data solo
2001. Va chiarito però che nel frattempo più di qualcosa i nostri
avevano prodotto, ovvero il promo Cd di oltre quaranta minuti "Touch
Of Snowstorm" ed una release Live di poco meno di mezz'ora: "Oblivion
- Live 1998-99". E finalmente poi il vero debut che, benché
autoprodotto, può vantare una produzione ragguardevole. I testi sono in russo (il trio ne propone tuttavia
la traduzione in inglese nel proprio sito ufficiale), e questo pesa
nell'economia dell'ascolto dato che nel frequente cantato clean questa
peculiare fonetica rude e grave appesantisce in modo non irrilevante la
gradevolezza complessiva del platter, anche considerato il genere a cui
fa capo. A proposito di lyrics, in pieno doom style, colpiscono le
esplicite professioni di fede per una band che solo ultimamente inizia
ad essere aggregata alla scena white; troviamo così fra gli altri, ad
esempio, circonlocuzioni evangeliche: "Like a light of lightning, that
even the blind can see, / it is seen from edge to edge of Heaven / the
Second Coming / with Great Power and Glory / to Judge the living and the
dead, / to Reign forever"; oppure professioni di fede: "And we are
waiting the Day to be judged, / feeling a graveness of our sins,
repenting. / The Light of New Epoch, countdown point for new life"; ma
anche, parlando della decadenza del mondo, rifugio in Dio nella
preghiera: "And they 'll support me / like my brothers, with the mighty
hands, / untill I get stronger. / Waking up among the warm days, / I am
falling into breath, praising the Lord".
Il sound di "When The Dead Boughs Will Awake
From The Dreams" è un doom compatto, eseguito splendidamente,
cantato in un clean rivedibile ma anche in un buon growl gutturale da
parte del singer, chitarrista e leader Alexander Senin. Un blocco
monolitico dunque che però in ciò ha il suo maggior limite: una qual
certa piattezza emerge, la mancanza di particolari sussulti pesa. Il
down-tempo complessivo si giova di una buona lead e del synth in
Grief of these days, di aperture gotiche in Prophesy of
doom, di pesantezza asfissiante rischiarita da una finale linea
melodica in Countdown point. Le distorsioni di
World's autumn sono quasi drone, mentre la bella Cover me
with snow apre con una bombardamento death, ma è nel proseguo
altamente ricca di pathos e tensione. In The city il doom
prima è arioso, poi detonante ed infine nostalgico. Altro pezzo da
novanta è in arrivo, Stars of your sky, doom intenso,
corposo, a tratti quasi funeral, intervallato solo da una sfuriata death
e poi da un armonico riff dark. La successiva, ottava, Awakening
among the warm days include violenza e suffuse atmosfere,
Step to eternity è orientata al gotico con una netta
dichiarazione di presenza da parte di una keys. A chiudere va
Reflexes of heaven.
Un interessante preludio quest'album di quello che
la band ha poi ampiamente mostrato di avere nel suo potenziale nel come
back "Cold", ed a mio avviso quello non è ancora tutto.
Vaake
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