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Tra i progetti più prolifici dell'intera scena
unblack, nonostante il suo essere monomembro, Elgibbor -
proiezione estrema dell'"io" del polacco Jarek, in arte Fire, attivo
anche nei connazionali Fire Throne, Abdijah e No Return
To My Vomit - si è ritrovato nel 2007 in piena trance compositiva,
realizzando, pensate, ben tre full-length: "Satan Is Defeated",
il nostro "Fireland" e, di seguito, "Stronger Than Hell",
che è il platter più darkthroniano e al momento il migliore del
curriculum discografico del Nostro, in attesa del nuovissimo "Repent
Of Perish"... eh sì, perché Elgibbor non si ferma, bensì
procede come un inarrestabile tritasassi nella sua missione di
diffusione dell'accecante folgore del kerigma in quell'ambiente
autopostosi come tenebrosamente malsano e maligno per antonomasia (il
black metal); e così un nuovo disco è già pronto e uscirà per la Sullen
Records, il ramo "black" della Open Grave Records che si occupa anche, e
molto, di unblack metal. Sullen Records che ha del resto riedito
nell'anno in corso anche "Fireland", con una track-list
lievemente ampliata (noi faremo riferimento alla prima edizione),
terminato prima di "Stronger Than Hell" ma mai uscito
ufficialmente.
Il black metal che ritroviamo in questa ennesima
scultura sonora di Fire, come sempre per il genere riflesso di abissali
emozionalità, si orienta decisamente verso il dark ambient con puntate
depressive e passaggi quasi doom oriented; gli up-tempo ci sono, ma mai
esagerati e la doppia cassa risulta quasi sempre dietro le distortissime
chitarre; lo screaming è feroce e ruggente, anche caustico quando non
filtrato, le emozioni intimistiche del nostro trasudano ad ogni nota e
ad ogni gemito. Intro - Aleph ha un incedere ipnotico
abbracciato da aliti di vento e ardere di fiamme con scream
ultratombali, solenne è il loop della accattivante Beth
che si permette mistiche coralità in chiusa, mentre Gimel
è un mid-tempo con noise irrequieto e fremente. Riff emozionali a
presentare Daleth, atmosfere thriller fanno capolino in
He. Plumbea e pervasiva è Waw, resa notevole da
ornamenti ritmici di lead guitar, precipita nel tunnel del doom
depressivo Zayin, ma ci si ridesta con le ieratiche
armonie nostalgiche di Geth intrise di diffusivi scream. A
risollevare le sorti della dubbia Psalm 146 (Non confidate
nei potenti, / in un uomo che non può salvare. / Esala lo spirito e
ritorna alla terra; / in quel giorno svaniscono tutti i suoi disegni. /
Beato chi ha per aiuto il Dio di Giacobbe, / chi spera nel Signore suo
Dio, / creatore del cielo e della terra, / del mare e di quanto
contiene. / Egli è fedele per sempre, [...] / il Signore rialza chi è
caduto, / il Signore ama i giusti, / [...] ma sconvolge le vie degli
empi) accorre un finale dark ambient con afflati gregoriani (alla
Raison d'Etre), che tornerà anche nella successiva Teth.
Ci accompagna al tramonto il mood epicheggiante della vernacolare
Krew i wolnose (Blood & freedom), coronato da scream caustici
nella loro inattesa pulizia.
Discreta la produzione, un difetto di tutte le
tracce dell'album è la loro "individualità": non che manchi continuità
stilistica o concettuale, ma ogni composizione pare iniziare e finire
come episodio a se stante, senza mai riallacciarsi al contesto. Piccolo
neo, però un poco disturbante per un orecchio allenato al genere. Per il
resto interessanti passi in avanti per una one man band in continuo
miglioramento, come poi "Stronger Than Hell" ha dimostrato con
una certa incontrovertibilità.
Vaake
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