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Dopo un capolavoro, com'è
"Stronger Than Hell" recensito in queste colonne, è difficile
ripetersi, e Fire (one man band del progetto) non fa eccezione a questa
regola. Bel disco, molto ben realizzato ma fatalmente lontano
dall’ispirazione che ha sorretto il suo predecessore. Horde e
Darkthrone continuano ad essere le oscure stelle polari del nostro,
tuttavia si inseriscono elementi celtic/folk indovinati ed usati con
parsimonia. Alcuni testi sono intere citazione bibliche: "Isaiah 47:1-4
/ Come down and sit in the dust, O virgin daughter of Babylon; / Sit on
the ground without a throne, O daughter of the Chaldeans! / For you
shall no more be called tender and delicate. / Take the millstones and
grind meal. / Remove your feil, take off the skirt, / uncover the thigh,
pass through the rivers. / Your nakedness shall be uncovered, yes, your
shame will be seen; / I will take vengeance, and I will not arbitrate
with a man. / As for our redeemer, the Lord of hosts is His name, the
Holy One of Israel"; testo completo di The humilation of Babylon.
Chissà cosa ne penserebbe il "paroliere".
Si parte con Heaven or
hell in cui fa la sua comparsa il flauto e le soliste sono
melodiche, quasi maideniane. The humiliation of Babylon è
decisamente hordiana con il suo screaming asfittico mentre la seguente
Dark valley è "Hellig Usvart" puro. In Rise
on eagles wings compare un’inedita voce clean ora baritonale,
ora funerea. Nelle due song successive sono i Darkthrone ad
essere omaggiati: QOPH ha una grande drumming, The
fall of Lucifer è sguaiata ma molto incisiva. Quindi tocca alla
bellissima The servant, brutale e tastierosa, con un
retrogusto quasi industrial. In Cries to arise ritornano
sapori folk, flauti e voce pulita. Epica appare The song of Moses.
La successiva The young man and his elder è rarefatta,
marziale, con un originalissimo ritmo. Bestia i prorok (The Beast
and the prophet) parte folleggiante, diviene apocalittica e
finisce ambient, la migliore traccia del disco. Per rimettere le cose in
chiaro si prosegue con Synowie gromu (Sons of thunder),
che più raw non si può. Il lavoro si conclude con l'elegante The
signs (Outro).
Pur non ripetendosi ad
altissimi livelli, il progetto Elgibbor continua a rimanere una
delle realtà più interessanti della scena unblack mondiale ed il
passaggio alla Open Grave lo testimonia. Gli appassionati troveranno
pane (e che pane!) per i loro denti.
Daniele E.
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