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Un album molto
particolare quello che stiamo andando ad ascoltare, volutamente della
più grezza qualità, visceralmente tenebroso e claustrofobico; ecco
l’unblack metal della one man band Elgibbor. Come un’esplosione
di rabbia, puro odio contro le forze del male, dall’indescrivibile
fervore cristiano che pone al suo centro Nostro Signore figlio di Dio,
che con il suo sacrificio ha dato la speranza agli uomini per la totale
redenzione dal peccato e la possibilità di vivere nella gloria di Dio
Padre. Immergiamoci dunque in questa battaglia contro il male, che
proprio Elgibbor ci vuole far assistere, attoniti per la sua
furia, ma anche speranzosi e fedeli per il positivo epilogo.
Psalm 63,
con i suoi grezzissimi riff che rincorrono una violenta batteria,
percuotendo, graffiando, tagliando, appare in tutta la sua terribile
austerità, mentre lo scream si manifesta lontano e terribile. Passiamo a
Powstan, brevissima cantilena funebre molto plumbea, con
lo scream che sembra più un gracchiare di corvo; si odono preghiere di
molte persone, canti religiosi mossi dal solo e inesauribile amore verso
Dio. Ora che Elgibbor ha potuto rischiararsi la voce, parte
all’assalto con Satan is defeated, un coacervo di fervore
di fede, accompagnato da strumenti musicali affilati per l’occasione,
che vanno a devastare il nostro stereo con ritmi velocissimi e
altrettanto ipnotici. Apprezziamo l’inquietante intro di Obronca,
grida di sfida e odio verso il Demonio, la song prende la forma di una
vera e propria marcia di guerra dai ritmi lenti e regolari, suoni
claustrofobici del migliore unblack/ambient metal, apocalittiche
visioni, scream basso e solenne. Restiamo impressionanti dalla parte
recitata che, penso estrapolata da un film, va a introdurre la
successiva Nie chodycie w obcym jarzmie, intensissima per
la sua suggestione, abissi martellanti gorgheggiano e si dimenano con
riff ridotti all’osso e percussioni sulla soglia della pazzia: scream
basso ed avvelenato intona profezie apocalittiche, bramando la
distruzione di Satana. Psalm 127, una criptica inondazione
di unblack grezzo e "malato" percuote i nostri timpani spargendo
inquietudine per la fine del mondo incombente, poderosi martellamenti
trasformano la batteria in ancestrali magli da combattimento, chitarre
come artigli lacerano per mezzo di riff violenti la sanità mentale di
noi ascoltatori, ammonendoci delle nostre azioni. Giungiamo alla fine
del Cd con Pslam 63 (battle remix), e come bardato da
guerra per lo scontro, riascoltiamo questa particolare song in una
versione alternativa, dove la batteria si infervora e come un rullo
compressore sbriciola, disintegra ogni traccia di nemico che incontri.
Ridotta all’osso la
qualità delle sue song, per amplificarne l’austerità Elgibbor
realizza un album degno dei più "pregiati" ambient/unblack, con forti
dosi di creatività e genio musicale va a comporre un album che ha il
merito di rompere i soliti schemi compositivi del panorama unblack
metal, spezzoni di film, preghiere all’altissimo, suoni gorgheggianti ed
indefinibili, funebri cantilene: sono tutti gli ingredienti per
suggestionare e per far partecipare ancora più intensamente
l’ascoltatore ai tremendi eventi che nell’album vengono raccontati. Non
c’è ragion per cui ogni amante delle sonorità unblack/grezzo sia esente
dal provare quest’affascinante lavoro.
Fabio Manna |