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Uno degli ultimi sussulti dell'allora agonizzante e
ora defunta Son Of Man Records, la statunitense label dell'unblack
metal, l'unica realtà mediatica riuscita nell'impresa dell'intervista
agli Horde (fondatori del genere, da loro definito "holy unblack
metal" in antitesi all'"unholy black metal" dei
Darkthrone), è "The Inextinguishable Blaze",
opera di Fire, l'one man band del moniker polacco Elgibbor.
Limitato a sole cento copie, viene da molti considerato un Ep anche se
le sette tracce per sostanziosi 31 minuti di grezzume unblack ne fanno a mio avviso
un full-length a tutti gli effetti. Liriche di marchio apocalittico e di
crush-evil in attesa del ritorno nella gloria del Re dei re, "The Inextinguishable Blaze"
è un lavoro apprezzabile seppur pieno di ingenuità realizzative, prima
tra tutte la registrazione a volumi più bassi per alcune composizioni,
il che nell'ascoltare il distendersi della track-list genera
indubbiamente un certo fastidio: tuttavia essendo opera così underground
la perfezione non è da mettere in preventivo, e ad onore della
produzione c'è da rimarcare come il sonoro non sia affatto male.
The sign of Jonah, dark ambient
tempestoso con ridondanti percussioni funeree per i primi tre minuti, si
tramuta in un black piuttosto nitido dal lontano screaming e con una
attivissima lead a tessere buie armonie. Prepare the way of the Lord
assale di old-school, il loop è lugubre e lo screaming corrode, almeno
fino ad un crollo ritmico verso straziate derive doom: ci accompagna al
termine un mid tempo carico di pathos, che ritorna nell'entrante I
am, song hordiana sia nella ritmica che nelle interpretazioni
vocali, ma non nelle melodie quasi orecchiabili dove tra banchi di
nebbia si apre qualche pertugio a far intravedere spiragli di luce. Ma è
di nuovo ambient assai dark con Ogien nieugaszony, e
stavolta anche epico, brano dal songwriting che nello svilupparsi si dimena tra
partiture funeral e tempistiche che spaziano dai tempi medi a quelli più
accelerati, avvolti da aloni tenebrosi. Pezzo di raccordo è Decyzia,
decisamente tipico, ci conduce al depressive quanto epico Psalm 142,
in grande stile Summoning, principalmente nelle distorsioni dello
screaming. La traccia più affascinante ci è riservata come atto
conclusivo: There is a battle every day è un caotico
up-tempo oscuro e zanzaroso, con cambi di tempo e intenso appeal: negli
ultimi istanti un tappeto tastieristico fa da scenografia per le gocce
di pioggia che si infrangono su quella Terra scenario ogni giorno della
drammatica lotta, principalmente interiore, tra bene e male.
Album che se sottoposto ad autopsia rivelerebbe
parecchi limiti, soprattutto quanto ad esecuzione, ma che visto nella
sua totalità ha indubbiamente un mood che affascina. L'erede di "Apolutrosis"
è dunque, per quanto mi riguarda, ampiamente promosso.
Vaake
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