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Soterion Apollumi Hamartia
 
INTERVISTA
17/10/2008
 
 

 

ELGIBBOR
The Inextinguishable Blaze
unblack
2006 - Son Of Man Records
(Polonia)
www.myspace.com/elgibbor

 

Uno degli ultimi sussulti dell'allora agonizzante e ora defunta Son Of Man Records, la statunitense label dell'unblack metal, l'unica realtà mediatica riuscita nell'impresa dell'intervista agli Horde (fondatori del genere, da loro definito "holy unblack metal" in antitesi all'"unholy black metal" dei Darkthrone), è "The Inextinguishable Blaze", opera di Fire, l'one man band del moniker polacco Elgibbor. Limitato a sole cento copie, viene da molti considerato un Ep anche se le sette tracce per sostanziosi 31 minuti di grezzume unblack ne fanno a mio avviso un full-length a tutti gli effetti. Liriche di marchio apocalittico e di crush-evil in attesa del ritorno nella gloria del Re dei re, "The Inextinguishable Blaze" è un lavoro apprezzabile seppur pieno di ingenuità realizzative, prima tra tutte la registrazione a volumi più bassi per alcune composizioni, il che nell'ascoltare il distendersi della track-list genera indubbiamente un certo fastidio: tuttavia essendo opera così underground la perfezione non è da mettere in preventivo, e ad onore della produzione c'è da rimarcare come il sonoro non sia affatto male.

The sign of Jonah, dark ambient tempestoso con ridondanti percussioni funeree per i primi tre minuti, si tramuta in un black piuttosto nitido dal lontano screaming e con una attivissima lead a tessere buie armonie. Prepare the way of the Lord assale di old-school, il loop è lugubre e lo screaming corrode, almeno fino ad un crollo ritmico verso straziate derive doom: ci accompagna al termine un mid tempo carico di pathos, che ritorna nell'entrante I am, song hordiana sia nella ritmica che nelle interpretazioni vocali, ma non nelle melodie quasi orecchiabili dove tra banchi di nebbia si apre qualche pertugio a far intravedere spiragli di luce. Ma è di nuovo ambient assai dark con Ogien nieugaszony, e stavolta anche epico, brano dal songwriting che nello svilupparsi si dimena tra partiture funeral e tempistiche che spaziano dai tempi medi a quelli più accelerati, avvolti da aloni tenebrosi. Pezzo di raccordo è Decyzia, decisamente tipico, ci conduce al depressive quanto epico Psalm 142, in grande stile Summoning, principalmente nelle distorsioni dello screaming. La traccia più affascinante ci è riservata come atto conclusivo: There is a battle every day è un caotico up-tempo oscuro e zanzaroso, con cambi di tempo e intenso appeal: negli ultimi istanti un tappeto tastieristico fa da scenografia per le gocce di pioggia che si infrangono su quella Terra scenario ogni giorno della drammatica lotta, principalmente interiore, tra bene e male.

Album che se sottoposto ad autopsia rivelerebbe parecchi limiti, soprattutto quanto ad esecuzione, ma che visto nella sua totalità ha indubbiamente un mood che affascina. L'erede di "Apolutrosis" è dunque, per quanto mi riguarda, ampiamente promosso.

Vaake

VOTO

73

 

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