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Soterion Apollumi Hamartia
 
INTERVISTA
17/10/2008
 
 

 

ELGIBBOR
War
unblack
2009 - Sullen Records
(Polonia)
www.myspace.com/elgibbor

 

Che "Stronger Than Hell" abbia rappresentato, allo stato attuale della corposa discografia, l'apogeo compositivo del progetto Elgibbor, è dato difficilmente contestabile: disco quello col quale Jarek ha portato la sua creatura musicale a livelli considerevoli per il genere in questione, e non solo per l'ambito unblack. Ha destato così qualche perplessità il successivo "Repent Or Perish", buono ma compositivamente inferiore, quando invece ci si attendeva la definitiva consacrazione. Sono passati pochissimi mesi ed ecco "War", una specie di prova del nove dunque, il cui esito risulta purtroppo non così felice, tanto che ci pare di poter dire che il processo involutivo dell'act sia ufficialmente in fieri.

Il nuovo (prematuro, a posteriori) parto di Elgibbor annovera ben 14 tracce, che solo raramente convincono in toto; il Cd è ben prodotto, anche se alcuni passaggi appaiono registrati in modo affrettato, ma quello che più conta e che pare le idee inizino a scarseggiare persino per l'inesauribile polacco, e che quindi per allungare un po' il brodo vengano inseriti episodi sperimentali di dubbia consistenza, sicuramente di scarsa efficacia. Mood epici ed innesti folkeggianti sono accennati ma non troppo sviluppati, i mid tempo ridondanti sovrabbondano, le azzannate raw in blastbeats latitano, ma quanto si fanno sentire fanno ancora male. Posta come opener è Darkness will become like morning con i suoi sette minuti di umori epici ed ambient temporalesco che ammantano un monocorde black fermo su tempi medi. Aumentano leggermente i giri con Lament concerning the king of tyre, si ribassano le chitarre nella ferale ma non troppo Seven angels with seven plagues. Oltre tre minuti strumentali folk viking per Megiddo, e poi passando per la discreta The Almighty si giunge ad uno dei misteri del lavoro, The hammer of the whole earth, cinque inutili minuti riempitivi di loop sostanzialmente hard'n'heavy che veramente nulla hanno a che fare col contesto. L'album si rifà alla grande con la serrata e thrashy The dead are judged, ma il gaudio poco dura perché la mid-down tempo Satan's doom assopisce ogni nascente entusiasmo. Inaspettata giunge così la perla del disco, la fantastica ultraraw title-track War, aperta e chiusa da un tappeto tastieristico. Il lavoro torna a livelli più consueti con la normotipica The seventy sevens; la seguente Samekh apre e chiude in clean riff con lento solo vibrato e leggera base di keys, ma a riappiattire il lavoro arriva Sorrow for the doomed nation. Ancora non è finita ma quasi: raw di double bass ma anche confusione arrangiamentiale in Days of war and battle, chiude un breve Outro epico viking.

Dunque 55 minuti che scorrono via tra pochi alti, qualche basso e tanta norma, che fanno così sorgere diversi dubbi sul futuro del moniker esteuropeo; forse l'innesto di nuovi membri potrebbe rappresentare nuova linfa creatrice, altrimenti il prendersi più tempo per ragionare maggiormente sulle composizioni non potrebbe che portare ad esiti migliori; di quantità ne abbiamo fin troppa, ora servirebbe lavorare con pazienza sulla qualità. Anche per dimostrare che "Stronger Than Hell" non è stato un caso.

Vaake

VOTO

70

 

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