|
Che "Stronger Than Hell" abbia
rappresentato, allo stato attuale della corposa discografia, l'apogeo compositivo del progetto
Elgibbor, è dato difficilmente
contestabile: disco quello col quale Jarek ha portato la sua creatura
musicale a livelli considerevoli per il genere in questione, e non solo
per l'ambito unblack. Ha destato così qualche perplessità il successivo
"Repent Or Perish", buono ma compositivamente inferiore, quando
invece ci si attendeva la definitiva consacrazione. Sono passati
pochissimi mesi ed ecco "War", una specie di prova del nove
dunque, il cui esito risulta purtroppo non così felice, tanto che ci
pare di poter dire che il processo involutivo dell'act sia ufficialmente
in fieri.
Il nuovo (prematuro, a posteriori) parto di
Elgibbor annovera ben 14 tracce, che solo raramente convincono in
toto; il Cd è ben prodotto, anche se alcuni passaggi appaiono registrati
in modo affrettato, ma quello che più conta e che pare le idee inizino a
scarseggiare persino per l'inesauribile polacco, e che quindi per
allungare un po' il brodo vengano inseriti episodi sperimentali di
dubbia consistenza, sicuramente di scarsa efficacia. Mood epici ed
innesti folkeggianti sono accennati ma non troppo sviluppati, i mid
tempo ridondanti sovrabbondano, le azzannate raw in blastbeats latitano,
ma quanto si fanno sentire fanno ancora male. Posta come opener è Darkness
will become like morning con i suoi sette minuti di umori epici
ed ambient temporalesco che ammantano un monocorde black fermo su tempi
medi. Aumentano leggermente i giri con Lament concerning the king of
tyre, si ribassano le chitarre nella ferale ma non troppo
Seven angels with seven plagues. Oltre tre minuti strumentali
folk viking per Megiddo, e poi passando per la discreta
The Almighty si giunge ad uno dei misteri del lavoro,
The hammer of the whole earth, cinque inutili minuti riempitivi
di loop sostanzialmente hard'n'heavy che veramente nulla hanno a che
fare col contesto. L'album si rifà alla grande con la serrata e thrashy
The dead are judged, ma il gaudio poco dura perché la
mid-down tempo Satan's doom assopisce ogni nascente
entusiasmo. Inaspettata giunge così la perla del disco, la fantastica
ultraraw title-track War, aperta e chiusa da un tappeto
tastieristico. Il lavoro torna a livelli più consueti con la normotipica
The seventy sevens; la seguente Samekh apre
e chiude in clean riff con lento solo vibrato e leggera base di keys, ma
a riappiattire il lavoro arriva Sorrow for the doomed nation.
Ancora non è finita ma quasi: raw di double bass ma anche confusione
arrangiamentiale in Days of war and battle, chiude un
breve Outro epico viking.
Dunque 55 minuti che scorrono via tra pochi alti,
qualche basso e tanta norma, che fanno così sorgere diversi dubbi sul
futuro del moniker esteuropeo; forse l'innesto di nuovi membri potrebbe
rappresentare nuova linfa creatrice, altrimenti il prendersi più tempo
per ragionare maggiormente sulle composizioni non potrebbe che portare
ad esiti migliori; di quantità ne abbiamo fin troppa, ora servirebbe
lavorare con pazienza sulla qualità. Anche per dimostrare che "Stronger Than Hell"
non è stato un caso.
Vaake
|