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EMBODYMENT
Embrace The Eternal
death
1998 - Solid State Records
(USA)
www.myspace.com/embodymentoldschool

 

DISCLAIMER: se apprezzate la band di Arlington poiché siete più versati nell’alternative/indie, genere tipico della seconda parte della produzione del combo texano, fate estrema attenzione, il presente album potrebbe arrecare danni irreversibili alla vostra psiche ed al vostro udito!

Nata come band death metal, qui nella veste del debutto ufficiale su etichetta dopo aver rilasciato in maniera indipendente ben tre demo, da cui ripropongono in questo platter due brani reinterpreti daccapo, si separano dal vocalist originario Kris McCaddon, sostituito al microfono da Sean Corbrary, evento che li conduce al cambio di genere, approdando a lidi più tranquilli. Chissà la sorpresa dei fan all’epoca! Corriamo ora ai ripari per sostenere l’assalto del quintetto: 20 tongues fa le presentazioni con una breve serie di campionamenti che introducono ad un riff dissonante prima di essere investiti da una carica di doppia cassa e chitarroni  distortissimi, che sostengono uno scream piuttosto comprensibile. La formula artistica del combo si articola su numerosi cambi di tempo, riff e fill, ma il tutto non viene eseguito con foga, ma piuttosto prendendo il tempo necessario per sviluppare ciascun pensiero musicale, per cui resta agevole (per chi avvezzo a sonorità estreme!) seguire le composizioni, che risultano essere dei ragionamenti fluidi, che non mancano qua e là di qualche intuizione inaspettata, generalmente qualche campionamento, che non fa altro che aumentare la godibilità del platter.

Breed è un pezzo ancora più eclettico, che presenta molteplici sezioni, ma continua saggiamente a rifuggire dalla confusione, lo scapocciamento è garantito. La seguente Swine è di certo la song più "lineare" nonché quella più tirata, un macinare fantastico di batteria, per me una delle highlights. Ottimi i contrasti fra rallentamenti ed accelerazioni per Blinded, in grado di tenerti sempre sulla graticola, mentre arriviamo al primo brano riregistrato, Religious infamy, grandioso, groove spettacolare e perfetta amalgama fra le linee scelte da strumenti e voce, altro brano segnalato fra i top. Dal canto suo Strenght trova i suoi punti di forza (passatemi il gioco di parole) in un’ampia parte centrale strumentale e un finale arrembante, una buona preparazione per la seconda canzone ripescata dai demo, vale a dire Golgotha: qui vengono sfoderati i riff migliori e ogni passaggio è estremamente naturale ed elegante, carina anche la trovata di far sembrare finita la traccia per poi rifarsi sotto. Il brano migliore del disco, senza dubbio. La chiusa finale di Carnival chair ed Embrace non cambia nulla di quanto proposto finora, anzi forse dopo quasi quaranta minuti che un cingolato ti passa sui timpani poteva essere una buona idea per l’economia dell’opera mantenere una scaletta leggermente più snella, ad ogni modo è giusto un peccato veniale. Ad onor del vero il tutto si chiude con un’hidden track senza titolo che consta di un minuto e mezzo di campionamenti assolutamente inutili a mio avviso, per cui meglio far finta di niente.

Per i metallari più intransigenti questo è di sicuro l’album che rappresenterà il momento artisticamente più alto della band, mentre per chi li ama per i lavori in cui l’act si è cimentato in arrangiamenti molto più pacati questa release potrebbe risultare inascoltabile, quale che sia il punto di vista non si può non riconoscere l’innegabile qualità musicale ivi proposta, tutto considerato che si tratta di un disco d’esordio. Una nota finale meritano le liriche, parole di dieci anni fa, ma che non sono invecchiate di un giorno: "God's perfect image you set out to destroy / but you're unsuccessful your end is now / approaching heed prophecy you were warned".

Daniel Djouder

VOTO

76

 

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