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DISCLAIMER: se apprezzate la band di Arlington poiché siete
più versati nell’alternative/indie, genere tipico della seconda parte
della produzione del combo texano, fate estrema attenzione, il presente
album potrebbe arrecare danni irreversibili alla vostra psiche ed al
vostro udito!
Nata come band death metal, qui nella veste del debutto
ufficiale su etichetta dopo aver rilasciato in maniera indipendente ben
tre demo, da cui ripropongono in questo platter due brani reinterpreti
daccapo, si separano dal vocalist originario Kris McCaddon, sostituito
al microfono da Sean Corbrary, evento che li conduce al cambio di
genere, approdando a lidi più tranquilli. Chissà la sorpresa dei fan
all’epoca! Corriamo ora ai ripari per sostenere l’assalto del quintetto:
20 tongues fa le presentazioni con una breve serie di
campionamenti che introducono ad un riff dissonante prima di essere
investiti da una carica di doppia cassa e chitarroni distortissimi, che
sostengono uno scream piuttosto comprensibile. La formula artistica del
combo si articola su numerosi cambi di tempo, riff e fill, ma il tutto
non viene eseguito con foga, ma piuttosto prendendo il tempo necessario
per sviluppare ciascun pensiero musicale, per cui resta agevole (per chi
avvezzo a sonorità estreme!) seguire le composizioni, che risultano
essere dei ragionamenti fluidi, che non mancano qua e là di qualche
intuizione inaspettata, generalmente qualche campionamento, che non fa
altro che aumentare la godibilità del platter.
Breed è un pezzo ancora più eclettico, che
presenta molteplici sezioni, ma continua saggiamente a rifuggire dalla
confusione, lo scapocciamento è garantito. La seguente Swine
è di certo la song più "lineare" nonché quella più tirata, un macinare
fantastico di batteria, per me una delle highlights. Ottimi i contrasti
fra rallentamenti ed accelerazioni per Blinded, in grado
di tenerti sempre sulla graticola, mentre arriviamo al primo brano
riregistrato, Religious infamy, grandioso, groove
spettacolare e perfetta amalgama fra le linee scelte da strumenti e
voce, altro brano segnalato fra i top. Dal canto suo Strenght
trova i suoi punti di forza (passatemi il gioco di parole) in un’ampia
parte centrale strumentale e un finale arrembante, una buona
preparazione per la seconda canzone ripescata dai demo, vale a dire
Golgotha: qui vengono sfoderati i riff migliori e ogni
passaggio è estremamente naturale ed elegante, carina anche la trovata
di far sembrare finita la traccia per poi rifarsi sotto. Il brano
migliore del disco, senza dubbio. La chiusa finale di Carnival
chair ed Embrace non cambia nulla di quanto
proposto finora, anzi forse dopo quasi quaranta minuti che un cingolato
ti passa sui timpani poteva essere una buona idea per l’economia
dell’opera mantenere una scaletta leggermente più snella, ad ogni modo è
giusto un peccato veniale. Ad onor del vero il tutto si chiude con un’hidden
track senza titolo che consta di un minuto e mezzo di campionamenti
assolutamente inutili a mio avviso, per cui meglio far finta di niente.
Per i metallari più intransigenti questo è di sicuro
l’album che rappresenterà il momento artisticamente più alto della band,
mentre per chi li ama per i lavori in cui l’act si è cimentato in
arrangiamenti molto più pacati questa release potrebbe risultare
inascoltabile, quale che sia il punto di vista non si può non
riconoscere l’innegabile qualità musicale ivi proposta, tutto
considerato che si tratta di un disco d’esordio. Una nota finale
meritano le liriche, parole di dieci anni fa, ma che non sono
invecchiate di un giorno: "God's perfect image you set out to destroy /
but you're unsuccessful your end is now / approaching heed prophecy you
were warned".
Daniel Djouder |