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Quasi un anno dopo l’uscita
dell'Ep "While Broken Hearts Prevail..." che avrebbe dovuto
riportare il sound del gruppo alle loro origini post-hardcore, ma che
invece ha deluso enormemente presentando solamente un paio di pezzi con
qualche accenno core, gli Emery propongono come diversivo il
quarto full-length, "...In Shallow Seas We Sail", e questo lavoro, a
differenza dell'Ep, è un vero e proprio ritorno alle origini. Il
sound qui presentato è paragonabile a un miscuglio tra i loro primi due
Cd, con un po’ di accenni metalcore.
Come nella opener del loro debutto (Walls), anche questo disco apre
con gli scream del vocalist Toby Morrell, come per dire "siamo
tornati!"; Cutthroat collapse apre dunque il disco in modo sublime:
dissonanze, scream eccellenti e triple linee melodiche (elemento che
caratterizzava il debut). Da citare è anche il breakdown a metà
pezzo, con scream alternati tra Toby e Devin. Solamente con questa
opener gli Emery riescono a redimersi dai loro ultimi due lavori. Apre
in modo interessantissimo la seguente Curbside goodbyes, con scream,
varie dissonanze ed arrangiamenti complessi, per poi passare ad una fase
melodica e un ritornello orecchiabilissimo. Invece Inside our skin funziona al contrario: apre melodica con l’aiuto di
chitarra acustica e campanellini (?), per poi evolversi in un brano che
ricorda un po’ gli Underoath in certi punti. Segue ora quello che
secondo me è il pezzo migliore del platter: Churches are serial killers. Molto orecchiabile, con un arrangiamento ricco di stacchetti
ed altra roba che dagli Emery non mi sarei mai aspettato. Con
Butcher’s mouth invece gli Emery utilizzano doppie casse a volontà e
ottime ritmiche; purtroppo però si nota subito che la traccia è di alta commercialità,
non mi sorprenderebbe ritrovarla sulla radio (naturalmente intendo
quella americana). La title-track è estremamente melodica, facendo riutilizzo delle duplici linee melodiche,
per un effetto malinconico ed instabile, come anche nella seguente
The
pour and the prevalent. In quest’ultimo caso tuttavia è molto più
presente l’elemento hardcore; questo è sicuramente uno dei pezzi
migliori dell’album ed uno di quelli che non mi dispiacerebbe
vedere live. Passiamo ora a The smile, the face, già apparsa
nell'Ep, ma in questo caso più convincente, dato che
c'entra col resto del platter; A sin to hold on to invece convince
poco e risulta leggermente ripetitiva. Lo stesso però non si può dire
per la successiva Piggy back lies, con un ottimo lavoro di
vocals e un ritornello stupendo. Concludono l’album Edge of
the
world, anch’essa apparsa nell’Ep precedente, e
Dear death Part 1, che
introduce la vera e propria closer, Dear death Part 2: musicalmente
quest’ultima è malinconica e triste, pur essendo un pezzo veloce,
trasmettendo in modo ottimo il messaggio del testo.
Come al solito, i testi degli Emery si fermano a parlare di relazioni
tra persone, che siano amanti, familiari, ecc... Prendo come esempio la
closer, Dear death Part 2, che tratta di un uomo che perde
la sua amata a causa del cancro (Time is running out as you die, die, die in this
bed not making a sound / It has all come crashing down to the heel, and
watch you breathe your last / So helpless to stop you from slipping away
so fast): non si può non rimanere toccati dalle bellissime parole
d’addio. Quando si tratta di lyrics gli Emery ci sanno
fare. Ma c’è
anche da dire che questo album mi ha davvero sorpreso (in positivo): un
ritorno in scena così non me lo aspettavo proprio, e oltre ad essere
l’album del ritorno è forse il disco migliore dei nostri (artwork
a parte). Mi aspetto molte cose buone dal prossimo lavoro.
Christopher Warman
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