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Ancestrale e claustrofobica brutalità tecnica
esaltata da una produzione senza macchia che vanta inoltre uno
spettacolare suono delle casse. Archiviato il bel debut "Drowning In
Flesh" siamo al secondo capitolo della creazione artistica degli
usa-panamensi Encryptor, in realtà one man band nella persona del
fantastico Felipe Diez III - prima residente negli States ed ora nel
piccolo Stato del celebre canale - autore di tutte le parti vocali e
strumentali senza l'aiuto sostanziale di sofisticherie elettroniche di
sorta. Per soli 28 minuti "Sermon Dacay" cospargerà la sua
opprimente, esaltante e dirompente furia in un'atmosfera oscura dove
l'ombra di morte pervade ogni cunicolo, ma dove il sentiero per la Luce
e la Vita è ben distintamente tracciato.
Cast into darkness è un assalto di
tenebra: il sepolcrale sentenzioso growl (You're still living / You're
still breathing / enjoy your sinning / without God you're not winning /
cast into darkness), un ambient apocalittico di vento e mare inquieto,
urla, detonazioni e furie strumentali: nuove anime, benvenute sulla
Terra! Rebrutalization è poderosa e con un songwriting
assai articolato, dei rallentamenti permettono lo sfogo del cavernoso
gutturale di Felipe: non poteva mancare lo scream, ed infatti non manca;
rallentamenti ed accelerazioni vorticose, scandite da un drumming
martellante ed imperioso, sono avvolte all'interno di un'ambientazione
tetra di cui artefici sono anche poco percepibili tastiere. La lead
guitar sul finale implementa il pathos che esplode in un urlo
liberatorio...che razza di traccia! Appena ripresici da tutto ciò ecco invece
senza tregua alcuna la title-track Sermon decay, composita ed
intrecciata ma di una brutalità incompromessa e di un vigore primigenio
impressionante: le pause fanno prendere fiato ma le seguenti
accelerazioni lo tolgono nuovamente; il growl è abissale. Ad
un certo punto la chitarra approda addirittura a lande black-oriented, almeno fino
all'emergere di un lento luminoso solo, sovrastato però ben presto da un
nuovo terremoto...ma nonostante ciò ci riprova!, ma ora è
definitivamente annientato. Il
finale è volto alla tecnica strumentale, con una saggia alternanza di growl e scream.
Horrific engenderment non muta di certo le coordinate
stilistiche, ma sorprende presentando, oltre ad una coppia di assoli, un
avviarsi alla fine dalle sonorità mediorientali e vagamente epiche, che
ricordano non poco in ciò i maestri Nile.
Quest'ultimo mood apre anche, nel lavoro
percussionistico, Vomit congregation, ma tornerà ancora
nella miscela di death tecnico, black, riffing sincopato distruttivo: il
finale è un autentico gomitolo compositivo. A rendere questa la traccia
cult dell'album è però la stordente, disumana sfuriata centrale, roba di
livelli consentiti a pochi eletti. Images of tragedy
presenta una nuova letale miscela di tutto ciò che è estremo e tecnico,
con ottimo gusto artistico, ancora una volta. Il buio funereo della
chiusa è rischiarito dall'arpeggio speranzoso della lead. In
Everything must decompose la chitarra all'improvviso impazzisce
prodigandosi, tra stacchi ombrosi cadenzati e break di una ridondanza
vertiginosa, in esecuzioni dalle velocità impreviste! A chiudere, ahimé
già, questo capolavoro di visceralità è la straordinaria Bloodflow
towards salvation dove un ambient infernale di pianto e fiamme
ardenti lascia poco adito a dubbi su che fine facciano le anime che
rifiutano l'Amore: inutile sottolineare quanto la song sia opprimente
nelle sue velocità incontrollate e nella sua elaboratezza asfittica, questo
almeno fino all'irrompere di un doom da resa dei conti eterna: l'inizio
della track è anche la Fine, di essa, di tutto.
Scorro le lyrics e le tematiche che emergono sono
la distruzione apportata nell'umanità dall'inganno del Serpente con la
conseguente perdizione di chi lo segue; un attacco aspro alle nuove,
deviate, chiese ("Scripture misinterpretation!" urla); disfatta
esistenziale per molti ma: "Their stories I must believe, for my
miserable life I grieve. / Images of evil, I must purge my life of sin
before my death. / The answer lies in Christ, forever I pray to you my
God". E poi l'appello finale è intenso: "I command you to obey my God. I
will fall but shortly after, I will rise. / Christ is our salvation.
Satan, rest in agony", suggellato dalle appassionate parole che chiudono
il disco, tra fiamme e gemiti di cui sopra..."Blood of Christ, end the pain and agony. / Blood of Christ,
all I do will end in victory. / Victory!" Un lavoro clamoroso, inutile girarci intorno: un
must per tutti i christian deathers, che segna inoltre un miglioramento
netto rispetto al debut, e quindi una band che speriamo saprà donarci in
avvenire ulteriori preziosissimi diamanti di inattaccabile purezza ma
impossibilitati a brillare a causa del plumbeo che li avvolge, almeno
finché non li accarezzerà un solo saggio di luce e la lunga attesa di
quel momento sarà tripudiata con un'osannante iride.
Vaake
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