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ENDLESS FUNERAL
The Eternal
 
ENDLESS FUNERAL
A Second Beginning
 
INTERVISTA
4/1/2007
 
 

 

ENDLESS FUNERAL
Darkened Horizons
unblack
2003 - Self
(Canada)
www.myspace.com/endlessfuneral

 

Si può creare un disco di black metal utilizzando solo ed esclusivamente chitarra e voce? Se l'intreccio chitarristico sa essere suadente e variegato, se la voce è malleabile, se il senso di oscurità dell'umano vivere che si vuole musicare scorre a torrenti in piena all'interno della vena compositiva dell'autore, allora forse l'impresa potrebbe essere possibile; nel nostro caso è il giovane canadese Martin Pleau a donarci la testimonianza vivente della fattibilità di ciò, dato che il suo unblack project Endless Funeral partì in totale solitaria, facendo affidamento sul proprio diaframma e sulla propria sei corde, ed in null'altro, strumentalmente almeno. Così prese realtà questo singolare debut, "Darkened Horizons". Che significato dà Martin al monicker della propria creatura artistica? Ci risponde lui stesso: "Endless funeral significa far morire se stessi ogni giorno per Cristo. Il che non significa certo morire fisicamente quanto invece secondo un senso spirituale. È fondamentale mettere i nostri desideri da parte per fare posto a Dio". Unblack metal da manuale quindi, qui dark e sorrow.

"Darknened Horizons" è un lungo oscurissimo viaggio introspettivo ed orante, ove l'uomo si trova solo di fronte a Dio nella durezza estrema della battaglia spirituale per adempiere la Sua volontà ed essere così il meno indegno possibile dinanzi alla Sua gloria. Il sound del platter è di un buio lacerante, spesso horrorifico. La produzione non è un pugno nello stomaco ma l'esecuzione sia vocale (growl principalmente) che chitarristica è spesso lacunosa: ciò tuttavia conta fino ad un certo punto perchè il mood, le sensazioni di questo percorso esistenziale e di fede afferrano e sbattano, schiaffeggiano e coinvolgono tutto il proprio io. Non certo un lavoro raccomandabile stilisticamente, ma nonostante evidenti lacune il buon Pleau ci ha preso sul serio, non annaspando ed annoiando mai, ma anzi tenendo l'astante in tensione continua. Il trip dark si presenta incredibilmente ed inaspettatamente vario in queste 17 capitoli. Martin alterna con grande maestria compositiva (ma non tecnica) clean, sussurrato, scream e growl, ed adatta bene le varie soluzioni alle situazioni strumentali che propongono soli isterici ed altri sognanti, docili riff puliti seppur inquieti alternati a frequenti ritmiche black zanzarose nonchè prepotenze death, come nella undicesima Drowning into obscurity, il cui assolo centrale conduce e percorre sentieri eterei, o nella tredicesima Beyond the darkened horizons. Difficile estrapolare frazioni in questo monolite nero con rade infiltrazioni di luce in alcune linee melodiche sempre ammalianti: ma come non citare tuttavia l'impressionante screaming sulla indovinata chitarra di Helpless, la straordinaria, paurosa ma anche tecnica, Bleeding whisper, l'avviluppante atmosfera con sussurrato tetro di Crying under black skies. Un timido fascio di raggi sembra emergere dalla fitta coltre di nebbia buia di The inner destruction, ma è solo una vana speranza. L'epilogo A thief in the night è un lungo dark solo su un tappeto clean: degna conclusione.

Difficile descrivere le sensazioni che genera un disco del genere: può suscitare emozioni forti quanto indifferenza, soprattutto se si presta l'orecchio alla mediocre esecuzione che domina la release, benché gli assoli siano sovente ispirati. Un album che trasuda dolore e disagio esistenziale, riservato a pochi ben predisposti, ma non lodabile più di tanto poiché, e ciò è indubbio, tecnicamente modesto.

Vaake

VOTO

65

 

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