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Si può creare un disco di black metal
utilizzando solo ed esclusivamente chitarra e voce? Se l'intreccio chitarristico
sa essere suadente e variegato, se la voce è malleabile,
se il senso di oscurità dell'umano vivere che si vuole musicare scorre a
torrenti in piena all'interno della vena compositiva dell'autore, allora
forse l'impresa potrebbe essere possibile; nel nostro caso è il giovane
canadese Martin Pleau a donarci la testimonianza vivente della
fattibilità di ciò, dato che il suo unblack project Endless
Funeral partì in totale solitaria, facendo affidamento sul proprio
diaframma e sulla propria sei corde, ed in null'altro, strumentalmente
almeno. Così prese realtà questo singolare debut, "Darkened
Horizons". Che significato dà Martin al monicker della propria
creatura artistica? Ci risponde lui stesso: "Endless funeral significa
far morire se stessi ogni giorno per Cristo. Il che non significa certo
morire fisicamente quanto invece secondo un senso spirituale. È
fondamentale mettere i nostri desideri da parte per fare posto a Dio".
Unblack metal da manuale quindi, qui dark e sorrow.
"Darknened Horizons" è un lungo oscurissimo
viaggio introspettivo ed orante, ove l'uomo si trova solo di fronte a
Dio nella durezza estrema della battaglia spirituale per adempiere la
Sua volontà ed essere così il meno indegno possibile dinanzi alla Sua
gloria. Il sound del platter è di un buio lacerante, spesso horrorifico.
La produzione non è un pugno nello stomaco ma l'esecuzione sia vocale (growl
principalmente) che chitarristica è spesso lacunosa: ciò tuttavia conta
fino ad un certo punto perchè il mood, le sensazioni di questo percorso
esistenziale e di fede afferrano e sbattano, schiaffeggiano e
coinvolgono tutto il proprio io. Non certo un lavoro raccomandabile
stilisticamente, ma nonostante evidenti lacune il buon Pleau ci ha preso
sul serio, non annaspando ed annoiando mai, ma anzi tenendo l'astante in tensione
continua. Il trip dark si presenta incredibilmente ed
inaspettatamente vario in queste 17 capitoli. Martin alterna con grande
maestria compositiva (ma non tecnica) clean, sussurrato, scream e growl,
ed adatta bene le varie soluzioni alle situazioni strumentali che
propongono soli isterici ed altri sognanti, docili riff puliti seppur
inquieti alternati a frequenti ritmiche black zanzarose nonchè
prepotenze death, come nella undicesima Drowning into obscurity,
il cui assolo centrale conduce e percorre sentieri eterei, o nella
tredicesima Beyond the darkened horizons. Difficile
estrapolare frazioni in questo monolite nero con rade infiltrazioni
di luce in alcune linee melodiche sempre ammalianti: ma come non citare
tuttavia l'impressionante screaming sulla indovinata chitarra di
Helpless, la straordinaria, paurosa ma anche tecnica,
Bleeding whisper, l'avviluppante atmosfera con sussurrato tetro
di Crying under black skies. Un timido fascio di raggi
sembra emergere dalla fitta coltre di nebbia buia di The inner
destruction, ma è solo una vana speranza. L'epilogo A
thief in the night è un lungo dark solo su un tappeto clean: degna conclusione.
Difficile descrivere le sensazioni che genera un
disco del genere: può suscitare emozioni forti quanto indifferenza,
soprattutto se si presta l'orecchio alla mediocre esecuzione che domina
la release, benché gli assoli siano sovente ispirati. Un album che
trasuda dolore e disagio esistenziale, riservato a pochi ben
predisposti, ma non lodabile più di tanto poiché, e ciò è indubbio,
tecnicamente modesto.
Vaake
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