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La plumbea nebbia ed un sentimento d'angoscia
avvolgevano l'amatoriale, quanto incandescente di passioni al limite,
debut album degli Endless Funeral: passa un anno e Martin Pleau
in pieno vortice evolutivo del suo sviluppo artistico inserisce nelle
nuove composizioni anche le tastiere. Il sound cambia dunque volto
rispetto al gemente ed horrorifico black chitarristico di "Darkened
Horizons", qui il nostro inizia a sperimentare quelle idee che lo
porteranno, arricchendosi nel frattempo di esperienza e perizia tecnica,
a realizzare quella piccola gemma underground che risponde al nome di
"A Second Beginning". E così questo "The Eternal", album in
realtà mai rilasciato, è una tappa di studio, ricca di spunti
interessanti ma anche di passaggi approssimativi e che fanno storcere
non poco il naso. Il sonoro è terso ma l'esecuzione è raramente
impeccabile; il cantato in growling viene ridotto al lumicino, così a
dirigere queste diciannove tracce per lo più strumentali sono i riffing
heavy/thrash sui quali si sviluppano ed innestano gli incessanti guitar
solos del giovane one man artist, nonché le citate partiture
tastieristiche, a tratti cariche di pathos ed appeal, in altri piuttosto
elementari.
Prisons of fog apre la tracklist per
mezzo di atmosfere dark ambient, e nel corpo sviluppa due assoli guida,
uno di keys e l'altro clean chitarristico. Attacco roboante, baritono e
poi ad impazzare ed intessere è la sei corde nella seguente
Reaching for daylight, che nel finale raddoppia. Ormai abbiamo
capito che anche in questo disco non saranno presenti basso e batteria.
Elegante è Fatal injection, possente e forte della
presenza del growling. Tra le composizioni più difettose cito
Castles and fortresses a causa del banale riff tastieristico di
attacco, nefasta caratteristica anche di Silence will rain forever,
salvata sul finale da un assolo sovraccarico di vibrato; poi la mal
mixata e settata Turning into stone, la thrash oriented ma
claudicante nelle soluzioni compositive diciannovesima e finale
Unto the gates of death, l'ingenua benché a tratti fascinosa
Solitude of the soul. Diversi sono i pezzi heavy con assoli funambolici,
caldi ed adrenalinici: mi vengono in mente Path of sorrow,
dall'accennato mood neoclassico, l'armonica e caliente The loss of
eternity, ma anche Lost without You, che presenta
un marcato rallentamento doom. Ma veniamo ora alla preponderante anima
gothic di questo interminabile album. Ovviamente a protagoniste
assurgono le piano-tastiere che si prodigano nel generare atmosfere
decadenti e distese depresse: ciò riesce appieno nelle drammatiche
Secrets in your heart e One death to save us all,
nella solare ed estremorientaleggiante (in stile clean Kekal)
Road to perdition terminata da distorsioni massicce, nella
buia e rabbiosa Renewal by death, nella dark The
treasure. Ottima song emerge essere la variegata ed ispirata
Fragile, ma per il masterpiece non cercate altrove che nella
tredicesima Scars remain, dove tutto è perfetto, gli
assoli, la stagnazione onirica, le sfuriate ronzanti, il climax
melanconico, i cambi di ritmo, la pregevolezza delle trame, il delirio
melodico conclusivo.
"The Eternal" è un lavoro di apprendistato,
un tirocinio formativo dove tra le numerose lacune ed evidenti
imprecisioni risplende, ed a tratti abbaglia, quell'impegnativo talento
che Martin Pleau, seguendo la celebra parabola evangelica, saprà far
sfruttare appieno nel suo "A Second Beginning".
Vaake
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