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ENDLESS FUNERAL
Darkened Horizons
 
ENDLESS FUNERAL
A Second Beginning
 
INTERVISTA
4/1/2007
 
 

 

ENDLESS FUNERAL
The Eternal
gothic
2004 - Self
(Canada)
www.myspace.com/endlessfuneral

 

La plumbea nebbia ed un sentimento d'angoscia avvolgevano l'amatoriale, quanto incandescente di passioni al limite, debut album degli Endless Funeral: passa un anno e Martin Pleau in pieno vortice evolutivo del suo sviluppo artistico inserisce nelle nuove composizioni anche le tastiere. Il sound cambia dunque volto rispetto al gemente ed horrorifico black chitarristico di "Darkened Horizons", qui il nostro inizia a sperimentare quelle idee che lo porteranno, arricchendosi nel frattempo di esperienza e perizia tecnica, a realizzare quella piccola gemma underground che risponde al nome di "A Second Beginning". E così questo "The Eternal", album in realtà mai rilasciato, è una tappa di studio, ricca di spunti interessanti ma anche di passaggi approssimativi e che fanno storcere non poco il naso. Il sonoro è terso ma l'esecuzione è raramente impeccabile; il cantato in growling viene ridotto al lumicino, così a dirigere queste diciannove tracce per lo più strumentali sono i riffing heavy/thrash sui quali si sviluppano ed innestano gli incessanti guitar solos del giovane one man artist, nonché le citate partiture tastieristiche, a tratti cariche di pathos ed appeal, in altri piuttosto elementari.

Prisons of fog apre la tracklist per mezzo di atmosfere dark ambient, e nel corpo sviluppa due assoli guida, uno di keys e l'altro clean chitarristico. Attacco roboante, baritono e poi ad impazzare ed intessere è la sei corde nella seguente Reaching for daylight, che nel finale raddoppia. Ormai abbiamo capito che anche in questo disco non saranno presenti basso e batteria. Elegante è Fatal injection, possente e forte della presenza del growling. Tra le composizioni più difettose cito Castles and fortresses a causa del banale riff tastieristico di attacco, nefasta caratteristica anche di Silence will rain forever, salvata sul finale da un assolo sovraccarico di vibrato; poi la mal mixata e settata Turning into stone, la thrash oriented ma claudicante nelle soluzioni compositive diciannovesima e finale Unto the gates of death, l'ingenua benché a tratti fascinosa Solitude of the soul. Diversi sono i pezzi heavy con assoli funambolici, caldi ed adrenalinici: mi vengono in mente Path of sorrow, dall'accennato mood neoclassico, l'armonica e caliente The loss of eternity, ma anche Lost without You, che presenta un marcato rallentamento doom. Ma veniamo ora alla preponderante anima gothic di questo interminabile album. Ovviamente a protagoniste assurgono le piano-tastiere che si prodigano nel generare atmosfere decadenti e distese depresse: ciò riesce appieno nelle drammatiche Secrets in your heart e One death to save us all, nella solare ed estremorientaleggiante (in stile clean Kekal) Road to perdition terminata da distorsioni massicce, nella buia e rabbiosa Renewal by death, nella dark The treasure. Ottima song emerge essere la variegata ed ispirata Fragile, ma per il masterpiece non cercate altrove che nella tredicesima Scars remain, dove tutto è perfetto, gli assoli, la stagnazione onirica, le sfuriate ronzanti, il climax melanconico, i cambi di ritmo, la pregevolezza delle trame, il delirio melodico conclusivo.

"The Eternal" è un lavoro di apprendistato, un tirocinio formativo dove tra le numerose lacune ed evidenti imprecisioni risplende, ed a tratti abbaglia, quell'impegnativo talento che Martin Pleau, seguendo la celebra parabola evangelica, saprà far sfruttare appieno nel suo "A Second Beginning".

Vaake

VOTO

60

 

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