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Ritorna dopo un debutto
superbo con l’Ep "Sanguinus Nocturnus" il progetto ambient-unblack
statunitense Erasmus, gruppo incentrato sulla figura di M.Owen.
In questo loro primo full gli Erasmus abbandonano le influenze
psichedeliche e alienanti del primo Cd, per approfondire gli aspetti ambient e
depressive, eliminando così gran parte dell’originalità
presente nel precedente lavoro.
Il disco si apre sull’emblematico intro (tratto dal "Salve Regina")
della prima song, Into oceans, the ever One. Il canto riecheggia per
pochi secondi, ma tanto basta per introdurre un clima spirituale ed
incredibilmente elevato, accentuato dall’improvvisa esplosione della
musica in tutta la sua potenza, che dà il via ad una lugubre e
trascinante melodia sulla quale riecheggia la martellante batteria. Dopo
pochi minuti di furia musicale e vocale, ha il via un intermezzo
ambient, quasi silenzioso, eccezion fatta per una leggera pioggia.
Risuonano poi i piatti della batteria, stavolta lenta e ritmata,
soluzione efficace ed evocativa, ma non certo nuova nell’ambito dell’ambient-black.
Dopo alcuni alternarsi da fasi di furia disperata a fasi di placida
malinconia si chiude la canzone.
Il brano che segue, Lifeless…as a means to ignore the truth,
nonostante il testo traboccante di rabbia, si sposta verso un tipo
musica decisamente più lenta (specialmente nell’intro e nell'outro): il
funeral doom. La parte centrale della song è la meno ispirata, e si
limita ad un black piuttosto classico con qualche tocco melodico, mentre
inizio e fine si distinguono per oppressione e sofferenza, con batteria
che si limita a dare qualche accenno di ritmo.
Il terzo pezzo In defiance of the temptors, il più breve
del disco,
sembra tratto direttamente da un album del talentuoso gruppo ucraino dei
Nokturnal Mortum, con scream acuto, musica veloce e melodica, e grande
atmosfera. To weigh the distance burning closet, quarta song, si
presenta inizialmente come un non troppo ispirato black fortemente
cadenzato e pesante, ma proprio da esso scaturisce sorprendentemente un
oscuro finale ambient, nel quale risuona una campana distorta e
rimbombante. Proprio da queste sonorità cupe e insolite scaturisce la
quinta Memento mori, traccia schiacciante e dal peso quasi
materiale, dominata da chitarre distorte e batteria lenta. L’intro di
Interlude, unica track strumentale del disco, si rifà a
quello della song precedente, reso più melodico da un'ottima tastiera,
che la rende morbida e cullante, un lungo sospiro prima del sonno…
Dopo questa serie di pezzi oscillanti sul livello medio alto, l’opinione
che ci si fa è quella di un artista dalle grandi capacità che non ha
saputo (o voluto?) sfruttare appieno. Gli ultimi tre brani alzano pero
grandemente il livello dell’album, che sembrava esser condannato ad
essere definito come semplicemente "carino".
Comincia The somnambulant’s
lament, dal sapore decisamente
depressive, con riff ripetuti incessantemente e batteria che sembra
composta dai soli piatti. Apparentemente niente di speciale, ma
l’atmosfera di tristezza e dolore che si respira è notevole,
probabilmente uno scream più straziato e inumano (caratteri tipici nelle
voci depressive black) avrebbe reso la song perfetta. L’ottavo brano,
Burden, si può definire solo con un aggettivo: unico.
L’intro è quasi totalmente affidato alla ritmica non veloce ma con qualcosa
di selvaggio della batteria, che evoca il ritmo dei balli
africani, e i veloci e soffocati riff danno vivida immagine del guizzare
di fiamme. Impossibile ascoltando l’inizio di questa song non
ritrovarsi intorno ad un falò ardente nella notte, circondati da
saettanti figure scatenate in danze sinistre. Il resto della canzone,
pur spostandosi su toni meno originali, mantiene intatto lo spirito di
selvaggia liberazione dato dal suo inizio.
Ad un'altra traccia molto breve, interamente ambient, è affidato il
finale. Nota a tutti è la capacità di Burzum di trascinare con la sua
musica gli ascoltatori in oscure foreste nordiche, i ColdWorld e i
Paysage D’Hiver riescono con i soli strumenti a scatenare tempeste di
neve, e non è raro ascoltando Nargaroth, ritrovarsi sotto una pioggia
scrosciante. Con questa canzone Erasmus, ci porta su di un promontorio
spazzato dal vento, proteso in un freddo ma calmo mare, di cui si
sentono le onde in sottofondo. Un arpeggio e la voce in clean soffiano
insieme al vento avvolgendo l’ascoltatore, che si sente quasi proteso
nel vuoto e circondato dagli elementi. Decisamente prematuro è il finale
della canzone e del disco.
Un album che ad un primo ascolto può apparire al limite della
perfezione, ma che ad un’analisi più approfondita rivela, specie nella
parte iniziale e centrale, una certa mancanza di idee e una conseguente necessità
ad attingere dai lavori di altri gruppi. Le grandi potenzialità della
band vengono rivelate in tuta la loro grandezza solo nelle ultime tre-quattro song, vere perle, uniche e bellissime, di questo
disco.
Rammarica il pensiero che le prime song, interessanti ma non all’altezza
delle ultime, siano le più lunghe, mentre i pezzi migliori, che si
sarebbero potuti protrarre con il solo arricchimento del Cd per svariati
minuti, durino invece desolatamente poco.
Una lode grandissima comunque a questo artista, dotato di notevole
abilità, che purtroppo sembra non aver sfruttato appieno, ma che ci ha
comunque regalato un Cd da ascoltare per le sensazioni uniche che dà, e
per la capacità di non annoiare nemmeno per un secondo.
Andrea Costariol
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