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ERASMUS
Sanguinus Nocturnus
 
INTERVISTA
23/02/2009
 
 

 

ERASMUS
Memento Mori I: Outrecuidance
unblack
2009 - Sullen Records
(USA)
www.myspace.com/erasmustn

 

Ritorna dopo un debutto superbo con l’Ep "Sanguinus Nocturnus" il progetto ambient-unblack statunitense Erasmus, gruppo incentrato sulla figura di M.Owen. In questo loro primo full gli Erasmus abbandonano le influenze psichedeliche e alienanti del primo Cd, per approfondire gli aspetti ambient e depressive, eliminando così gran parte dell’originalità presente nel precedente lavoro.

Il disco si apre sull’emblematico intro (tratto dal "Salve Regina") della prima song, Into oceans, the ever One. Il canto riecheggia per pochi secondi, ma tanto basta per introdurre un clima spirituale ed incredibilmente elevato, accentuato dall’improvvisa esplosione della musica in tutta la sua potenza, che dà il via ad una lugubre e trascinante melodia sulla quale riecheggia la martellante batteria. Dopo pochi minuti di furia musicale e vocale, ha il via un intermezzo ambient, quasi silenzioso, eccezion fatta per una leggera pioggia. Risuonano poi i piatti della batteria, stavolta lenta e ritmata, soluzione efficace ed evocativa, ma non certo nuova nell’ambito dell’ambient-black. Dopo alcuni alternarsi da fasi di furia disperata a fasi di placida malinconia si chiude la canzone. Il brano che segue, Lifeless…as a means to ignore the truth, nonostante il testo traboccante di rabbia, si sposta verso un tipo musica decisamente più lenta (specialmente nell’intro e nell'outro): il funeral doom. La parte centrale della song è la meno ispirata, e si limita ad un black piuttosto classico con qualche tocco melodico, mentre inizio e fine si distinguono per oppressione e sofferenza, con batteria che si limita a dare qualche accenno di ritmo. Il terzo pezzo In defiance of the temptors, il più breve del disco, sembra tratto direttamente da un album del talentuoso gruppo ucraino dei Nokturnal Mortum, con scream acuto, musica veloce e melodica, e grande atmosfera. To weigh the distance burning closet, quarta song, si presenta inizialmente come un non troppo ispirato black fortemente cadenzato e pesante, ma proprio da esso scaturisce sorprendentemente un oscuro finale ambient, nel quale risuona una campana distorta e rimbombante. Proprio da queste sonorità cupe e insolite scaturisce la quinta Memento mori, traccia schiacciante e dal peso quasi materiale, dominata da chitarre distorte e batteria lenta. L’intro di Interlude, unica track strumentale del disco, si rifà a quello della song precedente, reso più melodico da un'ottima tastiera, che la rende morbida e cullante, un lungo sospiro prima del sonno… Dopo questa serie di pezzi oscillanti sul livello medio alto, l’opinione che ci si fa è quella di un artista dalle grandi capacità che non ha saputo (o voluto?) sfruttare appieno. Gli ultimi tre brani alzano pero grandemente il livello dell’album, che sembrava esser condannato ad essere definito come semplicemente "carino".

Comincia The somnambulant’s lament, dal sapore decisamente depressive, con riff ripetuti incessantemente e batteria che sembra composta dai soli piatti. Apparentemente niente di speciale, ma l’atmosfera di tristezza e dolore che si respira è notevole, probabilmente uno scream più straziato e inumano (caratteri tipici nelle voci depressive black) avrebbe reso la song perfetta. L’ottavo brano, Burden, si può definire solo con un aggettivo: unico. L’intro è quasi totalmente affidato alla ritmica non veloce ma con qualcosa di selvaggio della batteria, che evoca il ritmo dei balli africani, e i veloci e soffocati riff danno vivida immagine del guizzare di fiamme. Impossibile ascoltando l’inizio di questa song non ritrovarsi intorno ad un falò ardente nella notte, circondati da saettanti figure scatenate in danze sinistre. Il resto della canzone, pur spostandosi su toni meno originali, mantiene intatto lo spirito di selvaggia liberazione dato dal suo inizio. Ad un'altra traccia molto breve, interamente ambient, è affidato il finale. Nota a tutti è la capacità di Burzum di trascinare con la sua musica gli ascoltatori in oscure foreste nordiche, i ColdWorld e i Paysage D’Hiver riescono con i soli strumenti a scatenare tempeste di neve, e non è raro ascoltando Nargaroth, ritrovarsi sotto una pioggia scrosciante. Con questa canzone Erasmus, ci porta su di un promontorio spazzato dal vento, proteso in un freddo ma calmo mare, di cui si sentono le onde in sottofondo. Un arpeggio e la voce in clean soffiano insieme al vento avvolgendo l’ascoltatore, che si sente quasi proteso nel vuoto e circondato dagli elementi. Decisamente prematuro è il finale della canzone e del disco.

Un album che ad un primo ascolto può apparire al limite della perfezione, ma che ad un’analisi più approfondita rivela, specie nella parte iniziale e centrale, una certa mancanza di idee e una conseguente necessità ad attingere dai lavori di altri gruppi. Le grandi potenzialità della band vengono rivelate in tuta la loro grandezza solo nelle ultime tre-quattro song, vere perle, uniche e bellissime, di questo disco. Rammarica il pensiero che le prime song, interessanti ma non all’altezza delle ultime, siano le più lunghe, mentre i pezzi migliori, che si sarebbero potuti protrarre con il solo arricchimento del Cd per svariati minuti, durino invece desolatamente poco. Una lode grandissima comunque a questo artista, dotato di notevole abilità, che purtroppo sembra non aver sfruttato appieno, ma che ci ha comunque regalato un Cd da ascoltare per le sensazioni uniche che dà, e per la capacità di non annoiare nemmeno per un secondo.

Andrea Costariol

VOTO

85

 

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