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EXAUDI
Exaudi
 
 

 

EXAUDI
Ein Stein   (Ep)
gothic
2003 - Self
(Germania)
www.exaudi-metal.de

 

Un nebbioso celato luogo dall'atmosfera spenta e grigia impone di percorrere una statica marcia di purificazione, un lento ma progressivo doloroso avvicinamento a quella che si sa essere la primavera eterna, qui ancora lontana meta, ma di cui però si è certi il sentiero porti. E' ancora solo il secondo Ep di questa impressionante band teutonica dopo "Demo" di un paio d'anni precedente, ma i cinque ragazzi di Dresda stupiscono per l'imponente forza evocativa che riescono a riversare sulla loro musica, un paralizzante viaggio attraverso un fosco gothic impeccabilmente prodotto ed innestato con ampie influenze black e doom: un'autentica perla di dolorosa inquietudine.

La catarsi spirituale di "Ein Stein" è breve ma intensissima, solo una ventina di minuti suddivisi in tre capitoli dei quali l'introduttivo è Schrei aus der düsternis. Il sound qui pur non troppo spinto è black-oriented per riffing ma soprattutto per il magistrale uso delle keys, decadenti e sontuose, cupe e riecheggianti, le co-protagoniste assolute dell'album; perfetti gli angosciati passaggi doom, ma superbo è lo stordente growl cavernoso, appunto l'altro protagonista, dell'anche unico chitarrista Thoralf Bach. Il finale della traccia è un alternarsi di frenesia e riflessione, black e doom, che ci proietta alla seguente Ein stein, più tipicamente gotico-decadente, buia strumentalmente con lunghe distorsioni e costanti rintocchi di campana, ma illuminata, perlomeno un po', dalla suadente voce della brava Virginie Bach (la sorella? la moglie?): non mancano di certo momenti più tirati, al contempo di black tastieristico e di grezzo death dove il growl si fa ancora più abissale e ridondante. Il doom è solenne, le tastiere prive di ogni colore...è notte, sinistra notte. Torna l'atmosfera, la chitarre impazzano e per la prima volta, sul tramonto, compare un significativo screaming. Era questo lo strappo più duro e crudo del cammino, passato il quale si può iniziare a respirare in lande più pianeggianti con la lunga, fascinosa e suggestiva Das schloss, la quale nella prima parte, e principalmente nei sinistri riff tastieristici orientaleggianti, nel basso clean vocal e nella ritmica doomeggiante, ha espliciti rimandi ai maestri Saviour Machine dell'apocalittica saga di "Legend". Scesa diversa sabbia dalla clessidra il sound evolve: i riff si fanno più gravi ed il cantato di nuovo un cavernoso growl, ma quel riff orientaleggiante rimane scolpito nella song, sia nel keys che nel guitar work. Fasi più doom-evocative ed altre più black-graffianti compaiono inserendosi alternate fin quando, improvvisamente, l'intensità sale, le tastiere imponenti e sinfoniche ed il growl ora ancor più opprimente si espandono tanto da divenire escatologici, col ritorno finale dello screaming, l'ultimo grido, qui di liberazione.

Irrequieta, crepuscolare e dolorante attesa di una luce passionalmente ambita ma che sembrava ancora lungi dall'essere abbracciata al fine di esserne pervasi. Tutto questo lungo commento per dire: potreste star ascoltando la colonna sonora del vostro Purgatorio.

Vaake

VOTO

87

 

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