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Un nebbioso celato luogo dall'atmosfera spenta e grigia impone di
percorrere una statica marcia di purificazione, un lento ma
progressivo doloroso avvicinamento a quella che si sa essere la primavera eterna, qui
ancora lontana meta, ma di cui però si è certi il sentiero porti. E'
ancora solo il secondo Ep di questa impressionante band teutonica dopo "Demo"
di un paio d'anni precedente, ma i cinque ragazzi di Dresda
stupiscono per l'imponente forza evocativa che riescono a riversare
sulla loro musica, un paralizzante viaggio attraverso un fosco gothic
impeccabilmente prodotto ed innestato con ampie influenze black e doom:
un'autentica perla di dolorosa inquietudine.
La catarsi spirituale di "Ein Stein" è breve ma intensissima,
solo una ventina di minuti suddivisi in tre capitoli dei quali
l'introduttivo è Schrei aus der düsternis. Il sound
qui pur non troppo spinto è black-oriented per riffing ma
soprattutto per il magistrale uso delle keys, decadenti e sontuose,
cupe e riecheggianti, le co-protagoniste assolute dell'album;
perfetti gli angosciati passaggi doom, ma superbo è lo stordente
growl cavernoso, appunto l'altro protagonista, dell'anche unico
chitarrista Thoralf Bach. Il finale della traccia è un alternarsi di
frenesia e riflessione, black e doom, che ci proietta alla seguente
Ein stein, più tipicamente gotico-decadente, buia
strumentalmente con lunghe distorsioni e costanti rintocchi di
campana, ma illuminata, perlomeno un po', dalla suadente voce della
brava Virginie Bach (la sorella? la moglie?): non mancano di certo
momenti più tirati, al contempo di black tastieristico e di grezzo
death dove il growl si fa ancora più abissale e ridondante. Il doom
è solenne, le tastiere prive di ogni colore...è notte, sinistra
notte. Torna l'atmosfera, la chitarre impazzano e per la prima
volta, sul tramonto, compare un significativo screaming. Era questo
lo strappo più duro e crudo del cammino, passato il quale si può
iniziare a respirare in lande più pianeggianti con la lunga,
fascinosa e suggestiva Das schloss, la quale nella
prima parte, e principalmente nei sinistri riff tastieristici
orientaleggianti, nel basso clean vocal e nella ritmica doomeggiante,
ha espliciti rimandi ai maestri Saviour Machine
dell'apocalittica saga di "Legend". Scesa diversa sabbia
dalla clessidra il sound evolve: i riff si fanno più gravi ed il
cantato di nuovo un cavernoso growl, ma quel riff orientaleggiante
rimane scolpito nella song, sia nel keys che nel guitar work. Fasi
più doom-evocative ed altre più black-graffianti compaiono
inserendosi alternate fin quando, improvvisamente, l'intensità sale,
le tastiere imponenti e sinfoniche ed il growl ora ancor più
opprimente si espandono tanto da divenire escatologici, col ritorno
finale dello screaming, l'ultimo grido, qui di liberazione.
Irrequieta, crepuscolare e dolorante attesa di una luce
passionalmente ambita ma che sembrava ancora lungi dall'essere
abbracciata al fine di esserne pervasi. Tutto questo lungo commento
per dire: potreste star ascoltando la colonna sonora del vostro Purgatorio.
Vaake
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