|
Il terzo album della band
australiana progressive-extreme, dopo un Demo e un full-length del 2004,
è un lavoro ossessivo e cupo, connotato da una discreta varietà e
alternanza di stili, in quasi tutte le sei canzoni che lo compongono.
L'atmosfera generale è di malinconia e forse rimpianto, contrapposta a
momenti di rabbia e furore, ponendoci in una dimensione quasi onirica
pur nella sua durezza. Lo scream del singer Matt Brown è molto alto e
nel complesso gradevole, se si escludono alcuni contesti di
sperimentazione non molto ben riusciti, e il cantato con voce pulita è
tormentatamente intonato e, in più di un'occasione, quasi agonizzante.
La prima canzone, Scent of divine blood, omonima
dell'album, è uno dei due brani più belli e maggiormente riusciti.
Un'ottima song introduttiva, grazie anche al gradevole intro melodico
(ricorda in parte The unforgiven dei Metallica) che
verrà poi ripreso anche in chiusura di canzone, in maniera però più
aggressiva. L'unico neo è forse l'eccessiva prolissità di questo brano,
attenuata in parte dai frequenti cambi di ritmo e di melodia. Segue
Abaddon destroyer, pezzo meno melodico del primo e con uno
scream meno "pulito" (ossia meno capibile...) e più rozzo. Degno di
nota, come in quasi tutte le altre song, è l'assolo, ben inserito nel
contesto melodico, ma anche la relativa mancanza di voler aspirare a
qualcosa di più caratterizzato e personale... La terza intro (Inheritance
of dust) è invece dedicata per alcuni fuggevoli attimi al basso,
subito seguita da una parte più tirata contraddistinta dall'ottima
scelta di cadenzarla a mo' di marcia con la batteria. Strofe tipicamente
black, batteria martellante e giri di chitarra sempre uguali nella loro
ossessività. Fall of crimson free, quarta traccia
dell'album non aggiunge nulla di nuovo a quanto già detto (che può
chiaramente essere visto sia come un pregio che come un difetto) se non
un ritornello cantato con voce pulita, un attimo di respiro nella coltre
soffocante degli altri brani. Terrible majesty è un altro
punto a favore di "Scent Of Divine Blood": l'intro melodico
malsano con relativo cantato pulito, sofferente e quasi sarcastico, è
accompagnato da note di arpa in sottofondo. Infine, ultima ma non meno
importante e a mio avviso seconda migliore canzone, Ex animus ad
astrum è il giusto finale d'opera: strumentale, melodica, dolce
e malinconica, che lascia finalmente intravedere un raggio di luce e di
speranza.
Cosa dire quindi in conclusione? Il comparto tecnico è molto buono nella
sua varietà di stili, nulla da dire, ed è forse questo che salva un
lavoro ottimo tecnicamente ma che non aggiunge nulla di nuovo. I
tentativi di varietà e gli spunti di originalità ci sono, ma sono un po'
pochini, ripetitivi e a volte solo abbozzati per sperare di porsi sopra
la media in grande stile. Le parti melodiche e gli arpeggi sono molto
belli, ma purtroppo sacrificati, nella maggior parte dei casi, al mero
fondersi con il rumore generale, perdendo così ogni loro personalità.
Ciò che rimane comunque è un Cd godibile e abbastanza melodico, che ha
il suo punto di forza nella bravura generale dei Fearscape.
Andrea Turla
|