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Primo full-length del trio statunitense Feast Eternal
formato da T.J. Humlinski, voce e chitarra, John Greenman, chitarra, e
Matt Skrzypczak alla batteria. Iniziamo l’ascolto con Immersion,
track già dall’inizio abbastanza movimentata con chitarre e batteria che
suonano un ritmo arcigno e serrato dal growl profondo e animalesco, la
canzone è nel complesso molto cupa ed introspettiva. Passiamo a
Forgetting God, altra song decisamente cupa dai ritmi contenuti
e dalla struttura molto semplice: in primo piano risalta il tremendo
growl di Humlinski mentre in secondo le chitarre e la batteria creano
una cornice death-darkeggiante. Con Dead eyes l'album ci
offre momenti intensi grazie a chitarre in grado di scavare dentro
l’animo umano: l’aggressività del vocalist è intatta, restano solo gli
strumenti che per quanto grezzi sono in grado di suonare una "melodia"
suggestiva dove momenti di rabbia si alternano a profondi vagar-d’animo.
Song molto particolare Flight of the fallen,
dove risalta l’abilità del vocalist che esegue un dialogo adottando due
tonalità di growl: il primo è il consueto profondo e animalesco, il
secondo malato e acuto quanto uno scream; gli strumenti si accontentano
di accompagnare con un sottofondo, per lasciare spazio allo scatenarsi
della voce. In Of service and suffering la strumentazione
si anima scatenandosi come bestia selvaggia in un breve assalto
iniziale, compatto e terrificante dal tecnicismo tagliente e martellante
guidati da un imponente growl, molto simile a quello di Chris Barnes (Six
Feed Under, ex Cannibal Corpse); verso metà il ritmo cambia
per assopirsi in una tremenda stasi creata da ritmi pesanti e lenti.
Arriviamo ad Ashen to dust, song dalla struttura semplice:
i ritmi sono nel complesso molto lineari, senza palesi cambiamenti;
chitarre e batteria seguono un percorso un po' troppo semplicistico
mentre il vocalist passando in secondo piano rispetto alle chitarre,
assume un tono sorprendentemente febbrile. In Prison of flesh
gli strumenti spianano la strada allo scatenarsi del singer che
esegue un pazzesco monologo che ci martellerà per diversi minuti con un
tecnicismo delle chitarre davvero angosciante e una batteria "emicrania"
difficilmente dimenticabile. Altri martellamenti e tecnicismi disparati
nell’ultima track Into eternal con una batteria alcune
volte prepotente, altre volte lenta e pesante, e chitarristi sadici che
amano impressionare e deprimere noi ascoltatori: alternano ritmi
febbrili e taglienti a veri e propri torpori musicali; growl non più
aggressivo come l’inizio, diventa specialmente verso la fine poco
incisivo e trascurato.
L’album nel
complesso è ascoltabile ma non entusiasma più di tanto: le prime track
sono abbastanza buone e danno l’illusione di un lavoro ben fatto, ma
basta avanzare con l’ascolto che troviamo tanti brani simili,
all’insegna della monotonia e, soprattutto, della poca originalità.
Speriamo di sentire qualcosa di meglio in futuro.
Fabio Manna |