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FEAST ETERNAL
With Fire
 
 

 

FEAST ETERNAL
Prisons Of Flesh
death
1999 - Open Grave Records
(USA)
www.myspace.com/prisonsofflesh

 

Primo full-length del trio statunitense Feast Eternal formato da T.J. Humlinski, voce e chitarra, John Greenman, chitarra, e Matt Skrzypczak alla batteria. Iniziamo l’ascolto con Immersion, track già dall’inizio abbastanza movimentata con chitarre e batteria che suonano un ritmo arcigno e serrato dal growl profondo e animalesco, la canzone è nel complesso molto cupa ed introspettiva. Passiamo a Forgetting God, altra song decisamente cupa dai ritmi contenuti e dalla struttura molto semplice: in primo piano risalta il tremendo growl di Humlinski mentre in secondo le chitarre e la batteria creano una cornice death-darkeggiante. Con Dead eyes l'album ci offre momenti intensi grazie a chitarre in grado di scavare dentro l’animo umano: l’aggressività del vocalist è intatta, restano solo gli strumenti che per quanto grezzi sono in grado di suonare una "melodia" suggestiva dove momenti di rabbia si alternano a profondi vagar-d’animo.

Song molto particolare Flight of the fallen, dove risalta l’abilità del vocalist che esegue un dialogo adottando due tonalità di growl: il primo è il consueto profondo e animalesco, il secondo malato e acuto quanto uno scream; gli strumenti si accontentano di accompagnare con un sottofondo, per lasciare spazio allo scatenarsi della voce. In Of service and suffering  la strumentazione si anima scatenandosi come bestia selvaggia in un breve assalto iniziale, compatto e terrificante dal tecnicismo tagliente e martellante guidati da un imponente growl, molto simile a quello di Chris Barnes (Six Feed Under, ex Cannibal Corpse); verso metà il ritmo cambia per assopirsi in una tremenda stasi creata da ritmi pesanti e lenti. Arriviamo ad Ashen to dust, song dalla struttura semplice: i ritmi sono nel complesso molto lineari, senza palesi cambiamenti; chitarre e batteria seguono un percorso un po' troppo semplicistico mentre il vocalist passando in secondo piano rispetto alle chitarre, assume un tono sorprendentemente febbrile. In Prison of flesh gli strumenti spianano la strada allo scatenarsi del singer che esegue un pazzesco monologo che ci martellerà per diversi minuti con un tecnicismo delle chitarre davvero angosciante e una batteria "emicrania" difficilmente dimenticabile. Altri martellamenti e tecnicismi disparati nell’ultima track Into eternal con una batteria alcune volte prepotente, altre volte lenta e pesante, e chitarristi sadici che amano impressionare e deprimere noi ascoltatori: alternano ritmi febbrili e taglienti a veri e propri torpori musicali; growl non più aggressivo come l’inizio, diventa specialmente verso la fine poco incisivo e trascurato.

L’album nel complesso è ascoltabile ma non entusiasma più di tanto: le prime track sono abbastanza buone e danno l’illusione di un lavoro ben fatto, ma basta avanzare con l’ascolto che troviamo tanti brani simili, all’insegna della monotonia e, soprattutto, della poca originalità. Speriamo di sentire qualcosa di meglio in futuro.

Fabio Manna

VOTO

65

 

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