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Gran produzione e
grandi nomi quelli presenti nel progetto Fires Of Babylon, che
potremmo definire un tuffo indietro nel tempo, agli albori dell’heavy
anni ’80, ben riuscito senza dubbio, dal sapore anche power, in linea
col passato e col presente degli artisti invitati da
Lou St. Paul a
partecipare a questa realizzazione. Quattro nomi,
quattro personalità diverse messe insieme per un progetto interamente
cristiano; troviamo oltre al chitarrista e tastierista
Lou St. Paul dei
Winter’s Bane, il bassista Kelly Colon ex-Death ed ex-Monstrosity,
il batterista Bob Falzano degli Shatter Messiah, ex-Annihilator,
e infine la voce
unica e inconfondibile di Rob Rock, ex-Impellitteri, ma sappiamo che dal 2000 ormai è un solista più
che affermato, una solida garanzia in questa produzione.
Le dieci tracce che
compongono il full-length iniziano con Falling to pieces,
puro sound metallico, ritmo incalzante della batteria, pur non essendo
la sola protagonista visto il bellissimo assolo di Lou; cambio di ritmo
nel ritornello in cui la voce si esprime come sa fare. Devilution
è canzone molto power (ricorda parecchio i Divinefire,
specialmente per i violini di chiusura del pezzo): riff insistente e
voce cattiva, graffiante, contro "quell’angelo caduto". Sulla stessa
scia si preannuncia anche When the kingdom comes, dove la
batteria gareggia e sostiene gli acuti di Rob Rock, da classico 80’s
style! Si prosegue con la song più doom dell’album, ove il riff pieno e
melodico allo stesso tempo della chitarra si mescola alla voce
tagliente, ma meno acuta del singer; Lake of fire nel suo
complesso ricorda molto i Maiden di qualche decennio fa. Da qui
in poi, sembra come se l’album fosse uguale a se stesso o ai lavori dei
singoli nella loro carriera passata e recente. Con Holy
resurrection ritorniamo all’heavy puro, ma terribilmente
ripetitivo nel testo, benché l’assolo di chitarra sia interessante.
Going through changes è molto ritmica concentrata
prevalentemente sulla chitarra di Lou, mentre Lazarus rising
è un’altra song "cattiva" dai mille cambi di ritmo. L’intro sinfonico
delle tastiere di Revolution coming potrebbe trarre in
inganno, ma non ci troviamo di fronte a una ballata, perché non sono
presenti in quest’album. Infine, Generation of destruction,
cui è la voce l’unica protagonista e Castles are burning,
in cui il basso, finalmente si fa sentire.
A parte i primi
brani, l’intero disco scorre piacevolmente ma senza lasciare traccia. Il
progetto è interessante, peccato che la poca fantasia nei testi renda
monotone esecuzioni che chissà che dal vivo riescano ad attrarre un
pubblico per ora restio.
Roberta Cannone |