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FIRES OF BABYLON
Fires Of Babylon
heavy
2008 - Metal Heaven Records
(USA)
www.myspace.com/firesofbabylon

 

Gran produzione e grandi nomi quelli presenti nel progetto Fires Of Babylon, che potremmo definire un tuffo indietro nel tempo, agli albori dell’heavy anni ’80, ben riuscito senza dubbio, dal sapore anche power, in linea col passato e col presente degli artisti invitati da Lou St. Paul a partecipare a questa realizzazione. Quattro nomi, quattro personalità diverse messe insieme per un progetto interamente cristiano; troviamo oltre al chitarrista e tastierista Lou St. Paul dei Winter’s Bane, il bassista Kelly Colon ex-Death ed ex-Monstrosity, il batterista Bob Falzano degli Shatter Messiah, ex-Annihilator, e infine la voce unica e inconfondibile di Rob Rock, ex-Impellitteri, ma sappiamo che dal 2000 ormai è un solista più che affermato, una solida garanzia in questa produzione.

Le dieci tracce che compongono il full-length iniziano con Falling to pieces, puro sound metallico, ritmo incalzante della batteria, pur non essendo la sola protagonista visto il bellissimo assolo di Lou; cambio di ritmo nel ritornello in cui la voce si esprime come sa fare. Devilution è canzone molto power (ricorda parecchio i Divinefire, specialmente per i violini di chiusura del pezzo): riff insistente e voce cattiva, graffiante, contro "quell’angelo caduto". Sulla stessa scia si preannuncia anche When the kingdom comes, dove la batteria gareggia e sostiene gli acuti di Rob Rock, da classico 80’s style! Si prosegue con la song più doom dell’album, ove il riff pieno e melodico allo stesso tempo della chitarra si mescola alla voce tagliente, ma meno acuta del singer; Lake of fire nel suo complesso ricorda molto i Maiden di qualche decennio fa. Da qui in poi, sembra come se l’album fosse uguale a se stesso o ai lavori dei singoli nella loro carriera passata e recente. Con Holy resurrection ritorniamo all’heavy puro, ma terribilmente ripetitivo nel testo, benché l’assolo di chitarra sia interessante. Going through changes è molto ritmica concentrata prevalentemente sulla chitarra di Lou, mentre Lazarus rising è un’altra song "cattiva" dai mille cambi di ritmo. L’intro sinfonico delle tastiere di Revolution coming potrebbe trarre in inganno, ma non ci troviamo di fronte a una ballata, perché non sono presenti in quest’album. Infine, Generation of destruction, cui è la voce l’unica protagonista e Castles are burning, in cui il basso, finalmente si fa sentire.

A parte i primi brani, l’intero disco scorre piacevolmente ma senza lasciare traccia. Il progetto è interessante, peccato che la poca fantasia nei testi renda monotone esecuzioni che chissà che dal vivo riescano ad attrarre un pubblico per ora restio.

Roberta Cannone

VOTO

75

 

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