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È acido e malato il sound che promana da "Philosophies",
album di esordio della one man band statunitense; è malato perché calca
pedissequamente le orme di quel burrascoso e torbido filone
rappresentato da turbate band quali Xasthur, Abigor,
Leviathan, e che nella scena white ha i suoi più nobili emblemi negli Horrific Majesty
e negli italiani Dusk. Stiamo parlando ovviamente del depressive black,
stile che solitamente miscela black metal dalle invereconde distorsioni
chitarristiche con estremizzazioni del dark ambient sintetico: totale tetro
e ronzante caos è ciò che ne
risulta, e i Flaskavsae non fanno eccezione. Peculiarità di questo
lavoro è di essere pressoché strumentale - urla e gemiti ferini a parte
- per tutti i 66 minuti di durata, resi pesantissimi da distorsioni stile interferenza
che non rendono certo semplice l'ascolto, anzi diciamo che ci vuole
molta pazienza per abituarsi a pezzi di nove, dieci o undici minuti, dal
rumore di base da emicrania galoppante... Se Flaskavsae ha
indubbiamente esagerato da questo punto di vista, tuttavia il mood che
spesso crea appassiona, e riesce ad innestare anche spunti strumentali
interessanti, soprattutto nei semplici quanto indovinati loop di
chitarra ma anche all'interno di un buon lavoro percussionistico,
strumento, la batteria, che il nostro dimostra sia nei fill quanto nelle
randellate in up tempo, di saper maneggiare con maestria.
Questo trip tra tappeti acustici irreali comincia
con Twilight reminiscent of slumer, caustico dark ambient
introdotto da gravità industrial. Tra ritmiche sincopate e oscurità
abissali, sinistro protagonista della sceneggiatura è un nebbioso giro
chitarristico. In Parallels to nothing compare la
batteria. Una spianata gotica tastierosa è lo sfondo sonoro su cui si
agitano inquieti rumori sintetici; la batteria torna a colpire duro,
l'intensità aumenta fino a sfociare in un mood black oriented dal
fascino quasi epico. Con Eating light si acquietano le
distorsioni estreme e si impone una convulsione di black old-school con
urla che non proferiscono verbo... Purtroppo però la tortura distorsiva
torna presto, e i dieci minuti scarsi di Resurrected si
approssimano pericolosamente al drone, nonostante la presenza di
complessi fill. Ascensione sintetica che sfocia nell'epico per The
longest ritual, totale sconquasso cerebrale risultano invece gli
11 minuti di When forever is lost, nonostante l'innesto di
una chitarra agrodolce, di suoni horrorifici, di up tempo marasmato da
grida purgatoriali... Piatta rumorosità elicoidale per l'industrial
track The shortest ritual, nel cui finale la keys genera
tetre sinfonie. Si torna al mero black dai gemiti oltretombali,
tendenzialmente mid tempo, con Wotansvoid - False deity,
mentre a chiudere sono i dieci impossibili (da ascoltare due volte di
seguito) minuti della title-track Philosophies, dove si
nota una bella progressione strumentale, ma in un profondo backing
atterrito e asfaltato da rifrazioni sintetiche improponibili allo
spettro acustico umano.
"There are many things which can confuse us and
derail us from whatever our true goal is. [...] Our goal must be to be
more like our savior Christ Jesus and less like our true human nature.
Love is what trascends, we must thanks God for that". Questo il
messaggio del mastermind dell'act inserito nel booklet d'esordio di un
moniker promettente sì, ma che deve evitare di cadere nella facile
tentazione di strafare. Cd consigliato solo agli amanti di questo
psicotico quanto, però, fascinoso folle genere.
Vaake
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