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Un cielo mesto e
piangente, lacrime che scendono dall’alto accompagnate da roboanti tuoni
ad attutire delle grida inascoltate… È evidente sin dalle prime note di
"Fate", il nuovissimo album dei Fountain Of Tears, dal
piglio marcatamente progressive, un elegante tocco di malinconia. Il disco è il
secondo lavoro in studio del gruppo che, ricordiamo, vede tra le sue
fila dei musicisti storici della scena cristiana: il batterista Joe Daub
ex dei Believer, il bassista Erik Ney e il chitarrista Mike Di
Donato entrambi ex Sacrament, e il tastierista Jeff King, ex
Sardonix. Già solo questi nomi possono essere significativi delle
qualità proposta dal Cd che abbiamo sotto mano. All’ottimo lavoro dietro
le pelli, agli incalzanti assoli (almeno un paio veramente trascinanti),
alle evocatrici e toccanti atmosfere tastieristiche, si aggiunge la
buona prova vocale della nuova singer Vonnie King, che ha sostituito
Anna De Rose, il tallone d’Achille del precedente album: la sua è una
prestazione di tutto rispetto e per la band rappresenta un netto passo
in avanti rispetto al passato, anche se c’è da dire che dopo parecchi
(ma parecchi) ascolti potrebbe risultare un pochino troppo monocorde.
Per dirla tutta quindi, non ci troviamo davanti a uno di quei gruppi
scontati e banali con una female vocalist che vuole ricalcare per forza
di cose gruppi del genere più famosi e affermati, finendo
inevitabilmente per perdersi nell’oblio dopo neanche un album...
Dicevamo del
sound: marcatamente progressive con puntate nel prog rock e che strizza
volentieri l’occhio a delle atmosfere maggiormente decadenti e
goticheggianti, e di questo dobbiamo ringraziare gli azzeccatissimi
passaggi tastieristici. Il disco studiato, elaborato, dalla verve
malinconica appare piuttosto compatto con i suoi 12 brani, anche
nell’alternanza di tre strumentali; non sono molti i pezzi che con
prepotenza emergono sugli altri: su tutti però un occhio di riguardo va
a Forever lost. Dei minacciosi tuoni sono seguiti da note
pianistiche su cui poi si inserisce la dolce e calda voce di Vonnie; ed
è proprio qui che sembra offrire la sua prova migliore, scalando su
diverse tonalità e offrendo un taglio diverso al suo modo di cantare. Il
brano ne risente e le nostre orecchie ringraziano. Da rimarcare anche
Ten, dall’incedere serrato e intrigante: un coinvolgente
quanto incalzante alternarsi di keys e batteria su cui si inserisce un
bel solo.
Le tematiche sono
piuttosto intimiste, spaziando dalla forte morsa dei desideri proibiti,
alla patologia degli attacchi di panico, alla rottura di una
relazione…sembra non esserci allora neanche uno spiraglio di luce?
Affatto, e l’ultimo ottimo brano, Fate, aperto da dei
rintocchi di campana, ce lo dimostra: "Light begins to break the
darkness / Overwhelmed with the feelings inside / Life returns with a
new hope / And bring peace at last / On the outside we try to mask the
sorrow / Deep within we long for peace / Searching o find the seeds of
hope / Sadness is gone and life returns".
Oramai i tuoni si
odono solo in lontananza, il temporale è passato: con la pace finalmente
giunta a rasserenare l’animo inquieto, torno a rimettere questo disco e
a immergermi di nuovo nelle sue atmosfere.
Ilaria Ricci |