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Vi piacciono i Believer? Vi piacciono i
Sacrament? Vi piacciono i Sardonyx? Cosa pensate possa venir
fuori dall’unione in un gruppo unico di componenti di queste tre band
appena citate? Be', sicuramente un qualcosa di unico: unico per diversi
aspetti, unico perchè in ambito cristiano sono veramente poche le band
che si affidano ad un vocalist esclusivamente femminile, unico perchè
non è certo roba di tutti i giorni che musicisti che per anni e anni
hanno suonato quasi esclusivamente musica thrash o power, si diano ad un
genere cosi "diverso" da ciò a cui erano abituati, unico perchè il
genere è difficilmente catalogabile (ma per fortuna sono loro stessi ad
aiutarci, auto-definendosi "prog-symphonic"). La line-up è formata nello
specifico da Mike DiDonato (chitarra) ed Erik Ney (basso), entrambi
anche nella formazione dei Sacrament; da Jeff King (tastiere),
ex-Sardonyx; da Joe Daub (batteria), ex-Believer; ed
infine da Anna DeRose, l’unica a non avere nessuna esperienza passata
rilevante. La band è americana, si è formata nel 1995 ma, anche a causa
dei diversi impegni dei vari componenti, è riuscita a sfornare il primo
lavoro solo dopo altri quattro anni, quindi nel 1999. Il nome dell’album
è omonimo a quello del gruppo, ossia "Fountain Of Tears".
Entriamo nel dettaglio: possiamo dividere l’Lp in due tronconi
principali, le prime cinque canzoni, che presentano la voce femminile di
Anna, e le successive cinque che sono sempre le stesse iniziali ma in
versione strumentale: idea per alcuni geniale, per altri ridicola. A voi
l’ardua sentenza.
La prima song presente è Survive: se
"il buongiorno si vede dal mattino", allora il disco varrà i soldi
spesi; la canzone infatti è molto dolce e crea un’atmosfera quasi
romantica, forse meglio definibile come gotica; il ritmo non è mai
frenetico o veloce, al contrario dà un senso di rilassamento ma senza
mai annoiare; la chitarra di Mike dà quel tocco di qualità in più la
canzone che la rende sicuramente una delle migliori e più articolate
dell’album. Nella versione strumentale, cioè la traccia sei, si può
notare maggiormente la tecnica e la bravura dei membri della band: Mike
infatti è un chitarrista incredibilmente bravo; gli stylings della
tastiera di Jeff sono straordinari, Erik e Joe, sempre precisi e
puntuali, mai fuori tempo, sono sublimi. Per riassumere le differenze
tra la versione cantata e quella non, direi che col vocalizzo la canzone
assume più i connotati del genere "gothic", mentre senza la parte
cantata, è molto più risaltata la parte "prog" del pezzo. La canzone
successiva, She wants to be, parte con un ritmo
leggermente più elevato, presenta virtuosismi di chitarra, batteria e
tastiere, ma per tutto il tempo che la si ascolta la sensazione è che la
voce in questo pezzo sia abbastanza fuori luogo ed inutile, anzi, direi
che è quasi fastidiosa, perchè non ci fa apprezzare appieno tali
virtuosismi. Sensazione confermata ascoltando la stessa traccia in
versione strumentale, dove finalmente possiamo apprezzare il brano in
tutto il suo splendore.
La nostra attenzione passa poi a The sleeper:
la particolarità della canzone è che è in vocalizzo parlato, e a farlo
non è Anna come nelle altre song, ma Sheree Kunkle, neo-zelandese, che
presenta un (per noi italiani) quasi irrilevante accento straniero che
rispecchia appieno le caratteristiche del brano e del testo; testo che
altro non è che la narrazione di un poema di Edgar Allan Poe (ispiratore
ufficiale del gruppo). La penultima traccia è Carousel,
per molti la migliore dell’album. Sicuramente una delle migliori cinque
di quelle cantate. Ma da sottolineare più della musica stessa il testo:
nato dalla mente di Erik ed ispirato da una notizia di assassinio di 16
bambini in Scozia, ha un testo molto profondo, che ognuno può
interpretare in maniera diversa, a detta di Jeff. La canzone parla di un
qualcuno che ha fatto pace con la vita e che è ora pronto a morire e
venire a contatto con l'amato che è nell’al di là; ed è fondamentalmente
la storia della sua morte. Musicalmente parlando invece, da sottolineare
dei pregevoli virtuosismi di chitarra, ma per il resto scivola via senza
troppi indugi. La quinta ed ultima traccia è Real, a mio
avviso sicuramente il brano più orecchiabile. Gli ormai "soliti"
virtuosismi di chitarra aprono il pezzo assieme alla delicata voce di
Anna, ma poi sono le tastiere a catturare tutta l’attenzione e a fare da
base principale alla vocalist.
Insomma, quello che più stupisce è che ogni
canzone, per quanto accomunata dalla qualità tecnica degli strumentisti,
si presenta diversa dall’altra, e l’ora totale dell’album passa
piacevolmente; un ottimo miscuglio di prog, gothic e symphonic! Volendo
invece trovare un aspetto negativo, la voce non ci ha convinto appieno,
troppe volte ha dato l’impressione di essere superflua; inoltre, per
quanto delicata e suadente, Anna non è riuscita a trasmetterci le
emozioni che ci potevamo aspettare dalla vocalist femminile. Discorso a
parte lo meritano però i testi, i concetti espressi in questo album sono
che coscientemente o inconsciamente, ogni umano è affrontato dalla
morte, e dall'incertezza e insicurezza della vita umana. Le canzoni si
occupano di questi problemi e di come la gente risponde in maniera
differente a queste situazioni. Inoltre, non potrei rendere meglio una
frase di Jeff riguardante il significato dei testi: "Non abbiamo
risposte facili per le domande difficili, ma abbiamo provato 1) a
suggerire un atteggiamento di rispetto e 2) a dare apprezzamento per i
misteri della vita, consigliando riflessioni all'individuo".
Federico Cerioni
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