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FOUNTAIN OF TEARS
Fate
 
 

 

FOUNTAIN OF TEARS
Fountain Of Tears
prog
1999 - Mental Music
(USA)
www.myspace.com/fountainoftears

 

Vi piacciono i Believer? Vi piacciono i Sacrament? Vi piacciono i Sardonyx? Cosa pensate possa venir fuori dall’unione in un gruppo unico di componenti di queste tre band appena citate? Be', sicuramente un qualcosa di unico: unico per diversi aspetti, unico perchè in ambito cristiano sono veramente poche le band che si affidano ad un vocalist esclusivamente femminile, unico perchè non è certo roba di tutti i giorni che musicisti che per anni e anni hanno suonato quasi esclusivamente musica thrash o power, si diano ad un genere cosi "diverso" da ciò a cui erano abituati, unico perchè il genere è difficilmente catalogabile (ma per fortuna sono loro stessi ad aiutarci, auto-definendosi "prog-symphonic"). La line-up è formata nello specifico da Mike DiDonato (chitarra) ed Erik Ney (basso), entrambi anche nella formazione dei Sacrament; da Jeff King (tastiere), ex-Sardonyx; da Joe Daub (batteria), ex-Believer; ed infine da Anna DeRose, l’unica a non avere nessuna esperienza passata rilevante. La band è americana, si è formata nel 1995 ma, anche a causa dei diversi impegni dei vari componenti, è riuscita a sfornare il primo lavoro solo dopo altri quattro anni, quindi nel 1999. Il nome dell’album è omonimo a quello del gruppo, ossia "Fountain Of Tears". Entriamo nel dettaglio: possiamo dividere l’Lp in due tronconi principali, le prime cinque canzoni, che presentano la voce femminile di Anna, e le successive cinque che sono sempre le stesse iniziali ma in versione strumentale: idea per alcuni geniale, per altri ridicola. A voi l’ardua sentenza.

La prima song presente è Survive: se "il buongiorno si vede dal mattino", allora il disco varrà i soldi spesi; la canzone infatti è molto dolce e crea un’atmosfera quasi romantica, forse meglio definibile come gotica; il ritmo non è mai frenetico o veloce, al contrario dà un senso di rilassamento ma senza mai annoiare; la chitarra di Mike dà quel tocco di qualità in più la canzone che la rende sicuramente una delle migliori e più articolate dell’album. Nella versione strumentale, cioè la traccia sei, si può notare maggiormente la tecnica e la bravura dei membri della band: Mike infatti è un chitarrista incredibilmente bravo; gli stylings della tastiera di Jeff sono straordinari, Erik e Joe, sempre precisi e puntuali, mai fuori tempo, sono sublimi. Per riassumere le differenze tra la versione cantata e quella non, direi che col vocalizzo la canzone assume più i connotati del genere "gothic", mentre senza la parte cantata, è molto più risaltata la parte "prog" del pezzo. La canzone successiva, She wants to be, parte con un ritmo leggermente più elevato, presenta virtuosismi di chitarra, batteria e tastiere, ma per tutto il tempo che la si ascolta la sensazione è che la voce in questo pezzo sia abbastanza fuori luogo ed inutile, anzi, direi che è quasi fastidiosa, perchè non ci fa apprezzare appieno tali virtuosismi. Sensazione confermata ascoltando la stessa traccia in versione strumentale, dove finalmente possiamo apprezzare il brano in tutto il suo splendore.

La nostra attenzione passa poi a The sleeper: la particolarità della canzone è che è in vocalizzo parlato, e a farlo non è Anna come nelle altre song, ma Sheree Kunkle, neo-zelandese, che presenta un (per noi italiani) quasi irrilevante accento straniero che rispecchia appieno le caratteristiche del brano e del testo; testo che altro non è che la narrazione di un poema di Edgar Allan Poe (ispiratore ufficiale del gruppo). La penultima traccia è Carousel, per molti la migliore dell’album. Sicuramente una delle migliori cinque di quelle cantate. Ma da sottolineare più della musica stessa il testo: nato dalla mente di Erik ed ispirato da una notizia di assassinio di 16 bambini in Scozia, ha un testo molto profondo, che ognuno può interpretare in maniera diversa, a detta di Jeff. La canzone parla di un qualcuno che ha fatto pace con la vita e che è ora pronto a morire e venire a contatto con l'amato che è nell’al di là; ed è fondamentalmente la storia della sua morte. Musicalmente parlando invece, da sottolineare dei pregevoli virtuosismi di chitarra, ma per il resto scivola via senza troppi indugi. La quinta ed ultima traccia è Real, a mio avviso sicuramente il brano più orecchiabile. Gli ormai "soliti" virtuosismi di chitarra aprono il pezzo assieme alla delicata voce di Anna, ma poi sono le tastiere a catturare tutta l’attenzione e a fare da base principale alla vocalist.

Insomma, quello che più stupisce è che ogni canzone, per quanto accomunata dalla qualità tecnica degli strumentisti, si presenta diversa dall’altra, e l’ora totale dell’album passa piacevolmente; un ottimo miscuglio di prog, gothic e symphonic! Volendo invece trovare un aspetto negativo, la voce non ci ha convinto appieno, troppe volte ha dato l’impressione di essere superflua; inoltre, per quanto delicata e suadente, Anna non è riuscita a trasmetterci le emozioni che ci potevamo aspettare dalla vocalist femminile. Discorso a parte lo meritano però i testi, i concetti espressi in questo album sono che coscientemente o inconsciamente, ogni umano è affrontato dalla morte, e dall'incertezza e insicurezza della vita umana. Le canzoni si occupano di questi problemi e di come la gente risponde in maniera differente a queste situazioni. Inoltre, non potrei rendere meglio una frase di Jeff riguardante il significato dei testi: "Non abbiamo risposte facili per le domande difficili, ma abbiamo provato 1) a suggerire un atteggiamento di rispetto e 2) a dare apprezzamento per i misteri della vita, consigliando riflessioni all'individuo".

Federico Cerioni

VOTO

75

 

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