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Ai posteri di un silente interludio durato anni,
proprio in questi ultimi mesi Bard S. Lofachtaar inizia a riaffiorare
sulle scene, ma lo fa, ahinoi, partecipando a secular project totalmente
distanti, se non per più versi stridenti, a quella fede cristiana
inizialmente professata con tanta passione attraverso diversi
unblack/ambient act, tutti di straordinario fascino, musicale e grafico.
In questa sua seconda vita artistica a-cristocentrica il neozelandese
purtroppo riesuma - a questo punto direi profana - anche i nostri
Gaoth Anair, che stando all'aggiornato MySpace divengono un
quintetto dedito allo sperimentale, le cui influenze ideologiche sono
ora precipuamente nichilisti (Nietzsche), visionari del grottesco (Lynch,
Dalì) ed esistenzialisti atei (Sartre, Camus). Lofachtaar ormai è un ex,
e sempre sperando possa tornare sui suoi passi continuiamo ad
analizzarne l'ispiratissima produzione della prima era, qui con l'ultimo
lavoro rilasciato nel 2004 dai veri Gaoth Anair, quel "In Death's Eclipse"
che rappresenta una svolta del monicker verso tentazioni sinfoniche, da
raw che erano gli iniziali lavori. Lofachtaar si disimpegna in tutta la
strumentazione, mentre ad Astyrian Sorrowheart sono affidate le vocals.
"In Death's Eclipse" è un full-length
nonostante i sei soli pezzi, dato che gli stessi sono composizioni tanto
sostanziose da proiettare il platter oltre la soglia dei quaranta
minuti. Opening song è Tranquil glades of solitude,
grandiosa intro di mero dark ambient tastieroso, irrequieto e torbido,
empireo-sinfonico e ieratico. Attacca a ruota Unholy grief
e con l'entrare in scena della strumentazione e dell'acido screaming ci
si materializza il vizio di una produzione che seppur ben settata nelle
volumetrie ha un sonoro lontano e ovattato: la track, notevole, si
distende tra un pregnante depressive e un doom declamato e cerimoniale.
In death's eclipse è l'ottima title-track, ricca nel
songwriting e virtuosa nella ritmica a varie tempistiche, le più
seducenti delle quali sono doom. Passando per Falling like dusk in
the woods of sorrow (titolo da sorrow metal quint'essenziale!)
approdiamo alla sinfonica up-tempo The angels forget my name
nei cui rallentamenti appare un mezzo baritono, di qualità decisamente
rivedibile, anticipo questo di vere e proprie spoken parts. Chiusa
solenne con la medieval dark ambient strumentale Waters of
crystallic majesty, epica a tratta, sovraccarica di pathos
tenebroso in altri, complessivamente sentenziosa e a tinte scurissime.
Altro disco di gran talento per il nostro "fu"
profeta dell'unblack più ambient; rimane il rimpianto per una produzione
che compromette non poco un sound straziato, in cui l'ombra di morte
avvolge ogni dove, ma in cui il perdono è la speranza che salva. E il
rimpianto si fa esponenzialmente più forte pensando che questo talento a
molti carati non sarà più fatto fruttificare a gloria del Regno.
Vaake
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