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Le emozioni non
hanno confini e in questi 52 minuti riescono a trovare diversi varchi
per colpire a fondo. Poco importa che tutti i dodici brani che vanno a
comporre l’album siano scritti in norvegese, le note di "Den Tredje
Høst" rimangono scolpite lasciando una traccia che non andrà via
tanto facilmente. Sto esagerando?, deciderete voi quando quest’album vi
capiterà tra le mani, tuttavia dopo molti ascolti rimango ancora della
stessa opinione. Si sa purtroppo pochissimo dei Grøde, quintetto
formatosi nel 1996 che ha all’attivo, oltre all’album in questione, un
demo intitolato "November"; il gruppo è comunque più che vivo:
oltre a prendere parte a diversi concerti sta anche lavorando a dei
brani che andranno a comporre, spero in un futuro non troppo lontano, il
nuovo Cd.
Ci addentriamo in
questo disco in balìa dei suoni ancestrali profusi da Fire
himmelretninger del I, cui segue Preludium, brano
delicato ed irruento allo stesso tempo in cui spicca fin dal primo
momento la calda ed avvolgente voce di Mikael. Si arriva subito ad uno
dei migliori pezzi dell’intero lavoro, Nedtegnet fra ensom
virkelighet di evidente memoria opethiana sulla cui serrata
tessitura ritmica si snodano dei penetranti assoli, e in cui non mancano
svariati cambi di tempo. Il disco continua sulle stesse lande cariche di
malinconia e di profondità espressiva con Frø, song
riflessiva dal mood decadente costruito quasi interamente su
voce-chitarra, e con Pilgrim, aperta da un assolo che
rapisce quasi annichilendo i nostri sensi. Si presenta meno down tempo
delle altre Den som lever, in cui la lead guitar tesse
delle trascinanti ma contemporaneamente riflessive ritmiche.
Menneske, dal taglio più aggressivo, rappresenta una decisiva
virata rispetto ai brani precedenti: qui grande è la prova vocale che
segue alla perfezione l’incedere del brano costruito in crescendo. Da
sottolineare ancora la trascinante Skyggenes fall che
alterna momenti di introspezione a ritmiche più incalzanti grazie
soprattutto al lavoro svolto alle sei corde, e Vintervei,
tremendamente evocativa, intensa e serrata. A chiudere il cerchio la
strumentale Fire himmelretninger del II che ripropone in
lontananza gli stessi suoni che hanno aperto le porte di questo disco.
Spero che questi
Grøde non siano stati una meteora nell’affollato panorama del
metal cristiano, sarebbe un vero peccato non poterne ascoltare un
secondo capitolo. Personalmente non vedo l’ora di risentirne parlare e
gustarmi di nuovo quel che sono in grado di tirare fuori questi ragazzi:
un disco intenso, una fiamma di candela che guida nel buio.
Ilaria Ricci |