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Recentemente i
Grammatrain, capostipiti dell’alternative/post-grunge white, sono
tornati al lavoro: dopo due album ("Lonely House" e "Flying")
e un live uscito nel ’99, i nostri tornano in studio per registrare un
nuovo album, dopo più di dieci anni. I Grammatrain sono stati uno
di quei gruppi che mi portarono sempre più vicino al completo
apprezzamento del metal, uno di quei gruppi abbastanza pesanti da
competere con gli altri gruppi white metal, ma anche abbastanza leggeri
da creare una sorta di transizione da musica leggera a pesante.
"Flying" fu il mio primo approccio a questo fantastico gruppo: mi
ricordo che questo disco mi fu dato da un grande amico, e dopo un solo
ascolto, diventò parte integrante della mia playlist.
Dalle prime note della opener Jonah,
l’ascoltatore viene calorosamente accolto nel sound dei nostri: basso
distorto, chitarre sporche e le bellissime vocals di Pete Stewart.
L’opener è davvero un pezzone che non stancherà l’ascoltatore, anche
dopo molteplici ascolti, spianando ottimamente la strada per il resto
dell’album. La seguente è Less of me, davvero bella e
catchy, però non paragonabile alla precedente. Segue la title-track
Flying, che rallenta un po’ l’andatura dell’album con il suo
tempo, ma che incanta l’ascoltatore con ottime melodie e un
bell’arrangiamento; le lyrics raccontano di un sogno metaforico che il
vocalist ha avuto, nel quale un neonato era attaccato da un serpente,
per poi venire salvato da un uccello, costando la vita allo stesso. Un
messaggio semplice, ma concreto! Rocketship, il pezzo
seguente, cambia nuovamente l’andatura dell’album, essendone il più
frenetico, mentre Peace è la ballad, carina ma nulla di
impressionante. Stupenda invece è Pain, che presenta degli
arrangiamenti davvero particolari e un ottimo lavoro da parte del
bassista Dalton Roraback. Segue Sell your soul, che è
pezzo davvero particolare, nonché uno dei miei preferiti del platter.
Con Fuse, invece, il gruppo ci presenta la traccia più
pesante del platter, con versi ipnotici e un ritornello da puro
headbanging. Si passa ora a quello che secondo me è il pezzo forte
dell’album, e forse anche il brano migliore mai realizzato dal gruppo:
Spiderweb, che pur non essendo una meraviglia musicale è
song ascolto a ripetizione senza mai annoiarmi. L’album chiude in
maniera molto coerente agli anni novanta, con due ballad: Found in
You, e For me, entrambi brani ottimi e differenti.
Anche se in anni recenti il vocalist e founder
del gruppo Pete Stewart ha dichiarato di non considerarsi più un
cristiano, i Grammatrain rimangono delle leggende nel mondo
dell’alternative white. E’ un vero peccato che ci sia una buona
possibilità che il prossimo lavoro dei nostri non sia considerabile
white. Per ora ci teniamo a cuore questo ottimo lavoro da parte di un
ottimo gruppo, pregando che i prossimi dischi dei nostri siano qui
recensibili.
Christopher Warman |