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HARMONY
Chapter II: Aftermath
power
2008 - Ulterium Records
(Svezia)
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Dopo il già notevole "Dreaming Awake", la band svedese non si svende, ma incide un signor disco che potremmo considerare uno degli album più interessanti di questo 2008. Hanno quasi del tutto lasciato la componente neoclassical di stampo malmsteeniano, per dirigersi verso quella più prog-power, in sintonia con le ultime tendenze musicali della madrepatria, tralasciando la parte vocale ancora melodica, ma con quel qualcosa in più che li rende coinvolgenti sin dal primo ascolto. Passati alla Ulterium Records (nuova casa discografica anche dei Theocracy), la line-up invece è rimasta immutata; ritroviamo la voce di Henrik Båth, le chitarre di Markus Sigfridsson, le tastiere di Magnus Holmberg, la batteria di Tobias Enbert e il basso di Kristoffer Gildenlöw (Dial, ex-Pain Of Salvation). In un certo senso, questo cambio di label ha portato molti contributi positivi all’interno delle sonorità, basti pensare agli importanti contributi in console di Pelle Saether (ACT, Skyfire) e di Göran Finnberg (In Flames, Dark Tranquillity, The Haunted), e della partecipazione alle 7° traccia di Daniel Heiman (ex Lost Horizon, Heed) nei cori.

Come dicevano, è un album che si fa da subito apprezzare con Prevail, a tutto riff, a cui si mescolano la voce cristallina del singer e i cori; di grande supporto per ogni pezzo è la tastiera, onnipresente e ricca di effetti, nel segno del più tradizionale power metal del Nord Europa. Tastiere in clavicembalo aprono Aftermath, arricchito da un gioco di cori e voce non più cristallina, quasi growl, e dal tapping delle chitarre in piena alternanza con le tastiere. Di stampo più leggero è Rain, in cui resta invariato lo schema di alternanza tra tastiere-chitarre nei diversi assoli presenti in ogni pezzo; meno curata a mio avviso è la chiusura di questo brano. Apertura più atmospheric per Dont turn away: difficile non essere trascinati dal ritmo che cambia nei tempi sincopati; grande rilievo è dato proprio alla batteria, ma non dobbiamo aspettarci grande velocità, quanto grande ritmicità. Intro più epic per Kingdom, in cui gli assoli di chitarra si sprecano; è di sicuro una delle song più orecchiabili e i suoi tratti down conferiscono maestosità al tema trattato; ottima, in questo caso, la chiusura del pezzo. Basso protagonista di Silently we fade; la voce si esalta in continui virtuosismi, fino a raggiungere tonalità altissime, celestiali; da tenere a mente è il solo "cool" di basso. Giungiamo alla song più importante dell’intero lavoro: Inner peace, ottimo arrangiamento, canzone dal grande impatto emotivo; la voce raggiunge note altissime, sostenuta dal coro di Daniel Heiman; la carica power è nell’essenza di questo fantastico pezzo, benché l’intermezzo sia di nuova scuola prog. Dopo questo grande brano, Weak davvero colpisce poco, paradossalmente, per la sua semplicità. Si spostano su altre frontiere, più stoner, con I run: lo testimoniano i riff costantemente in down sequence; anche se ripetitiva, si lascia ascoltare. Notevoli i giochi e i colori creati dalla tastiera in Hollow faces, leggermente orientaleggianti, che riprendono il corpus musicale dei primi pezzi. Infine, l’album chiude con una song molto classica, così come il solo di guitar presente: End of my road.

A qualcuno, questo full-length potrebbe sembrare una sorta di miscuglio di Malmsteen, Kamelot, Sonata Arctica e altri, ma personalmente posso affermare che il quintetto svedese si fa apprezzare soprattutto per il tocco nuovo più prog come abbiamo detto in apertura, e proprio la voce di Henrik Båth, più adatta a song di calibro heavy, è la vera sorpresa, o potremmo dire, la vera garanzia di novità. Qualche pecca la si può trovare nella ripetitività di alcune linee melodiche, oppure nelle chiusure poco curate, fatto sta che resta uno splendido lavoro che piacerà sia ai nostalgici che alle nuove leve del christian power metal.

Roberta Cannone

VOTO

88


 


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