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Sono passati tre anni
dall'uscita dell'ottimo "When Everything Falls" e da allora il
combo di Indianapolis, pur avendo subito dei duri colpi (l'abbandono di
Jimmy Ryian, passato ai Trenches, e la perdita della fede da
parte di Jason Barnes, allontanato a malincuore dal gruppo con l'intento
di mettere in primis il messaggio cristiano della band) ha comunque
cercato di essere all'altezza dei precedenti capolavori; purtroppo così
non è stato. Nel deludente "Pressure The Hinges" il vecchio sound
distruttivo e personale degli Haste The Day era praticamente
sparito e il growling di Stephen Keech neppur minimamente paragonabile
all'ottimo screaming di Ryian. Dopo un anno da questo calo subito, il
quartetto di Indianapolis (Stephen Keech come vocalist, Brennan Chaulk
alle chitarre e alle parti in clean voice, Mike Murphy al basso e Devin
Chaulk dietro le pelli) torna a far parlare di sé con "Dreamer":
chiunque sperasse, me compreso, di aver di fronte l'erede di
"When
Everything Falls"
rimarrà certamente deluso. Il platter si riconferma di qualità
leggermente inferiore rispetto alle prime tre release della band, ma si
può notare un nettissimo miglioramento dal precedente
"Pressure The
Hinges", e
personalmente sono rimasto favorevolmente impressionato dall'esecuzione
vocale di Keech: il suo growl è decisamente migliorato rispetto
all'esordio, e contribuisce a rendere il platter un discreto disco
metalcore, ma purtroppo, "solo uno dei tanti", vista la ormai
consolidata perdita di stile che caratterizzava il combo.
Ad aprire le danze è
68, discreta song nelle parti aggressive (circa un terzo
della durata della traccia, che complessivamente non raggiunge i 3
minuti e mezzo), ma quasi un disastro negli abusati spezzoni in clean e
nei cori, che lasciano l'amaro in bocca; purtroppo l'alternanza tra
melodia e violenza non riesce alla perfezione, e dà l'impressione che le
due componenti siano state appiccicate a forza senza alcuna
reinterpretazione personale. Passiamo a Mad man, discreta
track orientata più verso un post-hardcore tipico di Underoath e
compagni nelle parti violente, e abbastanza ben bilanciata tra
aggressività e melodia durante le esecuzioni in clean voice di Chaulk.
Con Haunting la qualità sale esponenzialmente rispetto
alle due precedenti: sebbene l'apertura con il growling di Keech sfumato
e quasi accompagnato dai cori non sia il massimo, dopo qualche secondo
ci travolge un ottimo screaming del sopracitato vocalist con alcuni
accompagnamenti in clean di Chaulk e dello stesso Keech, il quale però
da alla song un tocco emotional un po' esagerato. Fortunatamente anche
Resolve mantiene un buon livello qualitativo: i riff di
chitarra sono ben strutturati sia nelle parti violente che nel refrain e
negli spezzoni melodici, e sostenuti da ottimi colpi di basso e fill di
batteria rapidissimi. La successiva An adult tree è
caratterizzata da uno stile più malinconico/depressivo, partendo dai
riff iniziali lenti accompagnati da un cantato in clean, per poi passare
alle sequenze successive in cui il comparto strumentale prende a piene
mani dal death scandinavo e dal post-metal, e il growling viene
accompagnato da parti in clean con cori in sottofondo. Gli accordi
dell'intro vengono ripresi anche successivamente e accompagnati da
sequenze tastieristiche, che rendono l'atmosfera ancora più funerea, il
growl viene distorto e passa quasi in sottofondo, sostituito da cori più
accentuati; dopo poco più di 5 minuti la song chiude sfumando.
Babylon
e Invoke reform sono due ottime tracce che sembrano quasi
ricalcare il fatto che il combo abbia ancora molto da dire: tutti gli
elementi che compongono il grande panorama metalcore vengono amalgamati
e alternati in modo impeccabile, si passa da breakdown death a sfuriate
chitarristiche post-core e ancora fill thrash conditi da ottimi
intermezzi strumentali, il tutto mentre al growling viene affiancato nei
refrain il clean voice. Son
of a fallen nation è improntata verso il post-hardcore nella
prima parte, nella seconda diviene più possente e ricca di parti metal;
verso la fine viene interrotta da un piccolo intermezzo melodico con
cantato pulito, ma il finale invece di essere devastante come ci si
potrebbe aspettare, prende una via più leggera e punkeggiante. Leggeri
fill di batteria e una lenta tastiera accompagnano il cantato
malinconico in Labyrinth; nella seconda parte fa capolino
anche la chitarra, lasciando poi al pianoforte le note finali. In
Porcelain componenti post-metal vengono unite al solito sound
proposto creando ancora una volta un'atmosfera malinconica ma in molti
tratti un po' troppo confusionaria. Chiude il platter Autumn,
suonata esclusivamente con l'acustica e cantata in clean.
Tirando le somme, la
vena creativa è sicuramente un passo avanti rispetto all'ultima release,
è apprezzabile anche il tentativo di emulare quanto era stato ottenuto
con successo in
"When
Everything Falls",
ma spesso si ha l'impressione che là dove c'è la tecnica compositiva
manca la grinta, e quando quest'ultima viene finalmente tirata fuori il
risultato è un'accozzaglia di componenti già utilizzate dalle band che
spopolano in questo genere. Sicuramente per chiunque abbia ascoltato
solo "Pressure
The Hinges"
troverà in "Dreamer" un'ottima consolazione, sperando anche che
il futuro riservi ancora qualche release in grado di riportare in alto
gli Haste The Day.
Francesco Pellegrino |