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HASTE THE DAY
That They May Know You
 
HASTE THE DAY
Burning Bridges
 
HASTE THE DAY
When Everything Falls
 
HASTE THE DAY
Pressure The Hinges
 
 

 

HASTE THE DAY
Dreamer
metalcore
2008 - Solid State Records
(USA)
www.myspace.com/hastetheday

 

Sono passati tre anni dall'uscita dell'ottimo "When Everything Falls" e da allora il combo di Indianapolis, pur avendo subito dei duri colpi (l'abbandono di Jimmy Ryian, passato ai Trenches, e la perdita della fede da parte di Jason Barnes, allontanato a malincuore dal gruppo con l'intento di mettere in primis il messaggio cristiano della band) ha comunque cercato di essere all'altezza dei precedenti capolavori; purtroppo così non è stato. Nel deludente "Pressure The Hinges" il vecchio sound distruttivo e personale degli Haste The Day era praticamente sparito e il growling di Stephen Keech neppur minimamente paragonabile all'ottimo screaming di Ryian. Dopo un anno da questo calo subito, il quartetto di Indianapolis (Stephen Keech come vocalist, Brennan Chaulk alle chitarre e alle parti in clean voice, Mike Murphy al basso e Devin Chaulk dietro le pelli) torna a far parlare di sé con "Dreamer": chiunque sperasse, me compreso, di aver di fronte l'erede di "When Everything Falls" rimarrà certamente deluso. Il platter si riconferma di qualità leggermente inferiore rispetto alle prime tre release della band, ma si può notare un nettissimo miglioramento dal precedente "Pressure The Hinges", e personalmente sono rimasto favorevolmente impressionato dall'esecuzione vocale di Keech: il suo growl è decisamente migliorato rispetto all'esordio, e contribuisce a rendere il platter un discreto disco metalcore, ma purtroppo, "solo uno dei tanti", vista la ormai consolidata perdita di stile che caratterizzava il combo.

Ad aprire le danze è 68, discreta song nelle parti aggressive (circa un terzo della durata della traccia, che complessivamente non raggiunge i 3 minuti e mezzo), ma quasi un disastro negli abusati spezzoni in clean e nei cori, che lasciano l'amaro in bocca; purtroppo l'alternanza tra melodia e violenza non riesce alla perfezione, e dà l'impressione che le due componenti siano state appiccicate a forza senza alcuna reinterpretazione personale. Passiamo a Mad man, discreta track orientata più verso un post-hardcore tipico di Underoath e compagni nelle parti violente, e abbastanza ben bilanciata tra aggressività e melodia durante le esecuzioni in clean voice di Chaulk. Con Haunting la qualità sale esponenzialmente rispetto alle due precedenti: sebbene l'apertura con il growling di Keech sfumato e quasi accompagnato dai cori non sia il massimo, dopo qualche secondo ci travolge un ottimo screaming del sopracitato vocalist con alcuni accompagnamenti in clean di Chaulk e dello stesso Keech, il quale però da alla song un tocco emotional un po' esagerato. Fortunatamente anche Resolve mantiene un buon livello qualitativo: i riff di chitarra sono ben strutturati sia nelle parti violente che nel refrain e negli spezzoni melodici, e sostenuti da ottimi colpi di basso e fill di batteria rapidissimi. La successiva An adult tree è caratterizzata da uno stile più malinconico/depressivo, partendo dai riff iniziali lenti accompagnati da un cantato in clean, per poi passare alle sequenze successive in cui il comparto strumentale prende a piene mani dal death scandinavo e dal post-metal, e il growling viene accompagnato da parti in clean con cori in sottofondo. Gli accordi dell'intro vengono ripresi anche successivamente e accompagnati da sequenze tastieristiche, che rendono l'atmosfera ancora più funerea, il growl viene distorto e passa quasi in sottofondo, sostituito da cori più accentuati; dopo poco più di 5 minuti la song chiude sfumando.

Babylon e Invoke reform sono due ottime tracce che sembrano quasi ricalcare il fatto che il combo abbia ancora molto da dire: tutti gli elementi che compongono il grande panorama metalcore vengono amalgamati e alternati in modo impeccabile, si passa da breakdown death a sfuriate chitarristiche post-core e ancora fill thrash conditi da ottimi intermezzi strumentali, il tutto mentre al growling viene affiancato nei refrain il clean voice. Son of a fallen nation è improntata verso il post-hardcore nella prima parte, nella seconda diviene più possente e ricca di parti metal; verso la fine viene interrotta da un piccolo intermezzo melodico con cantato pulito, ma il finale invece di essere devastante come ci si potrebbe aspettare, prende una via più leggera e punkeggiante. Leggeri fill di batteria e una lenta tastiera accompagnano il cantato malinconico in Labyrinth; nella seconda parte fa capolino anche la chitarra, lasciando poi al pianoforte le note finali. In Porcelain componenti post-metal vengono unite al solito sound proposto creando ancora una volta un'atmosfera malinconica ma in molti tratti un po' troppo confusionaria. Chiude il platter Autumn, suonata esclusivamente con l'acustica e cantata in clean.

Tirando le somme, la vena creativa è sicuramente un passo avanti rispetto all'ultima release, è apprezzabile anche il tentativo di emulare quanto era stato ottenuto con successo in "When Everything Falls", ma spesso si ha l'impressione che là dove c'è la tecnica compositiva manca la grinta, e quando quest'ultima viene finalmente tirata fuori il risultato è un'accozzaglia di componenti già utilizzate dalle band che spopolano in questo genere. Sicuramente per chiunque abbia ascoltato solo "Pressure The Hinges" troverà in "Dreamer" un'ottima consolazione, sperando anche che il futuro riservi ancora qualche release in grado di riportare in alto gli Haste The Day.

Francesco Pellegrino

VOTO

75

 

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