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Se stiamo parlando di una certa Solid State Records
possiamo essere certi che il disco che abbiamo tra le mani sia un misto
di hardcore e metal, e che le tematiche del suddetto disco siano quasi
certamente legate alla devozione verso Dio. Non fa eccezione il
quintetto di Indianapolis degli Haste The Day, che tornano dopo
due anni di silenzio con "Pressure The Hinges". Dai tempi del
loro esordio "That May Know You" ne hanno fatta di strada, hanno
migliorato il loro sound ma hanno anche subito un duro colpo, in quanto
dopo l'uscita dell'ultimo "When Everything Falls Away" hanno
subito l'abbandono del vocalist e frontman Ryan. Ma nonostante ciò non
si sono persi d'animo, hanno lavorato duro e alla fine hanno tirato
fuori questo disco con il nuovo singer Keech.
Per molti gruppi lo scorrere del tempo è
inversamente proporzionale alla qualità, che tende quindi a ribassarsi
con il passare degli anni e degli album. Credo che questo valga anche
per gli Haste The Day: chi conosce bene la band già alla prima
canzone si rende conto che questi non sono gli Haste The Day di
sempre, quelli dello spettacolare "When Everything Falls Away".
Per chi invece si avvicina per la prima volta al quintetto di
Indianapolis, sembrerà di sentire l'ennesima band sulla scia di
Atreyu e Killswitch Engage. Il primo fattore che porta note
negative sulla band è proprio il cambio di vocalist: coloro che si erano
abituati al pesante scream di Ryan rimarranno delusi dal growl piatto di
Keech, devastante nelle parti aggressive, ma ancora più irritante nei
cori quasi rock/punk. Anche il sound delle chitarre è cambiato: non più
i maestosi ed energici riff, ma un'alternanza di arpeggi e intrecci, mai
imprevedibili ed energici. La title-track è l'unica canzone ad
avvicinarsi agli alti livelli passati, con buoni riff alternati di
chitarre e un buon clean; questa è l'unica traccia in cui il growl non
appiattisce, ma ricorda una versione un po' distorta di un pezzo degli
Atreyu. The minor prophets apre in modo molto
rockeggiante, e mantiene durante tutta la traccia un cantato in clean
troppo da boy band liceale, perdendo l'aggressività che dovrebbe
caratterizzarla. Anche lo stile dei riff è semplice e lineare. The
oracle per chi si avvicinasse per la prima volta al metalcore
potrebbe essere considerata una buona traccia, in quanto è orecchiabile
e abbastanza bene articolata; ma alle orecchie di un esperto questa è la
dimostrazione che gli Haste The Day in "Pressure The Hinges"
hanno fatto le cose a metà: lo stile c'è, ma manca il carattere, i
riff sono buoni, però tendono ad annoiare in quanto prevedibili. Il
brano in questione apre con riff post-core, il growl come al solito può
andar bene per un novellino ma non è accettabile per il cantante di una
band di questo calibro. L'assolo, seppur breve, è l'unico momento
decente della traccia.
White collar e Needles
proseguono sullo stesso solco della precedente, con growl aggressivi ma
piatti, riff pesanti ma ripetitivi e cori punk/rock. Janet's
planet esordisce in modo calmo e riflessivo, e mantiene, seppur
in parte, questo stile per tutta la traccia. Stitches
contiene ben poco di metalcore, col solito clean stile boy-band. In
Vertigo il gruppo cerca di metterci più carattere, e in parte
ci riesce grazie a fill e riff, ottimi però solo in alcuni tratti. La
strumentale Eremus non è male, ma è breve, conclude
Chorus of angels che, molto evocativa e "chiusa", si distacca
dallo stile delle precedenti. Insomma, dagli Haste The Day
ci si aspettava molto di più. Il sound di queste tracce, tranne poche
eccezioni, è dilettantistico. Potevano fare di meglio.
Francesco Pellegrino
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