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HEARTCRY
Ökenland
 
HEARTCRY
Lightmaker
 
 

 

HEARTCRY
Firehouse
hard rock
2006 - Rivel Records
(Svezia)
www.listen.to/heartcry

 

Ad un anno di distanza da "Lightmaker", album interessante ma mal prodotto, e come ultimogenito di una discografia che conta anche diversi altri full-length risalenti ad una decade, ed oltre, fa, tornano per la Rivel Records gli scandinavi Heartcry, band fondata dal singer ed axeman Anders Johansson a seguito della sua conversione al cristianesimo avvenuta all'età di venticinque anni. I testi proposti dal quartetto sono quindi da christian band di trincea, privi cioè di velature dark poetiche o necessità interpretative. Questo nuovo platter, "Firehouse", può finalmente contare su un suono terso (anche se non sempre perfettamente mixato), cosicchè stavolta si riesce a godere appieno del talento compositivo e del gusto melodico di Anders e compagni. Il sound è di ispirazione Judas Priest, una miscela di hark rock ed heavy ben ponderata che seppur non facendo mettere le mani nei capelli si lascia ascoltare più e più volte con estremo piacere; buono è il lavoro solistico, buone anche le interpretazioni vocali del già citato mastermind, estremamente diversificato il songwriting dei brani.

Hardrocker è il brano di apertura, This time, in cui emerge un bel bridge ed un break più violento avvolto da effetti sintetici. What's goin on ha un gusto marcatamente retrò, la linea tonale è roca e l'assolo sporco. Tastiere dal sound intrigante, opera dell'ex Jerusalem Dan Tibell, partitura dai riff rarefatti e finali acuti intensi per la terza Man of love. Thunder & lightning è una pura traccia heavy, al contrario della catchy ed ammaliante The clown costruita attorno a strutture melodiche carezzevoli; simile come risultato eppur differente compositivamente parlando è la seguente Long way to go, dal chorus entusiasmante. Passando per la riuscita easy listening Lonely hearts di trade mark incanalato fra l'AOR ed il pomp rock, giungiamo alla track più grezza e ruvida del disco, come del resto lascia già presupporre il titolo: Viking of steel. Calda e coinvolgente è la ballad Spending time cui succede Speed di stampo palesemente Rob Rock. Si torna a pizzicare le corde emozionali con la lenta ed accattivante Crying mentre il finale è per la meravigliosa strumentale Come back home: l'attacco dark ambient con cenni industrial ascende misticamente tramite tastiere sinfoniche ed un interminabile assolo che gioca di prestigio sul vibrato supportato da rade percussioni e riff di tastiera.

Disco davvero interessante pur non presentando chissà quali arzigogoli ritmici e tecnici, anzi, seppur vario si propone semplice ed immediato. La produzione, l'antica nemica degli Heartcry, è migliorata esponenzialmente anche se qualche passaggio di mixing fa storcere il naso. Complimenti alla band svedese, questa è senz'altro la loro miglio release. Per tutti gli amanti dell'old-school melodico.

Vaake

VOTO

78

 

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