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Ad un anno di distanza da "Lightmaker",
album interessante ma mal prodotto, e come ultimogenito di
una discografia che conta anche diversi altri full-length risalenti ad
una decade, ed oltre, fa, tornano per la Rivel Records gli scandinavi Heartcry, band
fondata dal singer ed axeman Anders Johansson a seguito della sua
conversione al cristianesimo avvenuta all'età di venticinque anni. I
testi proposti dal quartetto sono quindi da christian band di trincea,
privi cioè di velature dark poetiche o necessità interpretative. Questo nuovo platter,
"Firehouse", può finalmente contare su un suono terso (anche se
non sempre perfettamente mixato), cosicchè stavolta si riesce a godere appieno del
talento compositivo e del gusto melodico di Anders e compagni. Il sound
è di ispirazione
Judas Priest, una miscela di hark rock ed heavy ben ponderata che seppur
non facendo mettere le mani nei capelli si lascia ascoltare più e più volte con
estremo piacere; buono è il lavoro solistico, buone anche le
interpretazioni vocali del già citato mastermind, estremamente
diversificato il songwriting dei brani.
Hardrocker è il brano di apertura, This time, in cui
emerge un bel bridge ed un break più violento avvolto da effetti
sintetici. What's goin on ha un gusto marcatamente retrò, la linea
tonale è roca e l'assolo sporco. Tastiere dal sound intrigante, opera
dell'ex Jerusalem Dan Tibell, partitura dai riff rarefatti e finali
acuti intensi per la terza Man of love. Thunder &
lightning è una pura
traccia heavy, al contrario della catchy ed ammaliante The clown
costruita
attorno a strutture melodiche carezzevoli; simile come risultato eppur
differente compositivamente parlando è la seguente Long way to go, dal chorus
entusiasmante. Passando per la riuscita easy listening Lonely hearts di
trade mark incanalato fra l'AOR ed il pomp rock, giungiamo alla track più
grezza e ruvida del disco, come del resto lascia già presupporre il
titolo: Viking of steel. Calda e coinvolgente è la ballad
Spending time cui succede Speed di stampo
palesemente Rob Rock.
Si torna a pizzicare le corde emozionali con la lenta ed accattivante
Crying mentre il finale è per la meravigliosa strumentale
Come back home:
l'attacco dark ambient con cenni industrial ascende misticamente tramite tastiere sinfoniche ed un interminabile assolo che gioca
di prestigio sul vibrato supportato da rade percussioni e riff di
tastiera.
Disco davvero interessante pur non presentando
chissà quali arzigogoli ritmici e tecnici, anzi, seppur vario si propone
semplice ed immediato. La produzione, l'antica nemica degli Heartcry,
è migliorata esponenzialmente anche se qualche passaggio di mixing fa storcere il
naso. Complimenti alla band svedese, questa è senz'altro
la loro miglio release. Per tutti gli amanti dell'old-school melodico.
Vaake
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