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Era il 1988 quando gli His Witness diedero vita a
"Kingdom Come". L’album era però solo in versione audiocassetta
autoprodotta, e venduta solo durante i loro concerti. Venti anni dopo,
nonostante la band fosse ormai sciolta, la Retroactive Records pubblica
il lavoro in versione compact disc.
La danze si aprono con Everlasting life,
classica cavalcata heavy, ma dal riffing poco convincente e per nulla
energico: sicuramente non è il modo migliore di iniziare un full-length,
anche se nel finale la canzone sembra risollevarsi, guidata dal singer
Ken Redding, dotato comunque di una buona estensione vocale. Segue poi
la title-track Kingdom come, decisamente migliore della
precedente. Si tratta di un pezzo che miscela nella giusta dose sia
elementi hard rock che doom, anche se forse pecca solo un po’ di
ripetitività. Le lyrics come si può facilmente intuire dal titolo, si
rifanno al brano di Matteo 6:9-13, meglio conosciuto come il "Padre
nostro". Dopo l’immancabile pezzo puramente hard rock (Last days),
arriva la prima ballad, ovvero Jesus heals. Però è
un'altra nota dolente, sono sicuro infatti che quasi tutti i puristi del
metal storceranno il naso ad ascoltarla: troppo mielosa, spensierata e
dalla melodia poco avvincente.
Da
salvare le lyrics, molto dirette ed esplicite: "He forgives your sin /
Jesus heals the broken hearted".
Le sorti dell’album
sembrano risollevarsi con Call on Him, finalmente un
ottimo lavoro di riffing e una buonissima interpretazione vocale di Ken
Redding. Stupendo infine l’assolo che ricorda molto lo stile di Rex
Carroll. Anche la successiva
Guard your heart,
una cavalcata dai ritmi serrati e dettata da un drumming impeccabile,
innalza il livello di "Kingdom Come", che, ammettiamolo, fino ad
ora era appena modesto. Segue poi Pick up your cross, che
sembra voler imitare See no evil degli Holy Soldier.
Sound
molto anni ’80 per Jesus dies for you e per l’ultima
traccia, Party’s in heaven.
Rimane infine all’appello Love of God, che
aggiunge al classico hard’n’heavy delle partiture in acustico davvero
apprezzabili. Se la prima parte di "Kingdom Come" è molto
discutibile, lo stesso non si può dire per il resto dell’album, ben al
di sopra della sufficienza. Non grida al miracolo, ma se siete amanti di
hard’n’heavy un paio di ascolti ve li consiglio.
Daniele Fuligno |