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HIS WITNESS
Kingdom Come
heavy
1988 - Self / 2008 - Retroactive Records
(USA)
www.myspace.com/wearehiswitness

 

Era il 1988 quando gli His Witness diedero vita a "Kingdom Come". L’album era però solo in versione audiocassetta autoprodotta, e venduta solo durante i loro concerti. Venti anni dopo, nonostante la band fosse ormai sciolta, la Retroactive Records pubblica il lavoro in versione compact disc.

La danze si aprono con Everlasting life, classica cavalcata heavy, ma dal riffing poco convincente e per nulla energico: sicuramente non è il modo migliore di iniziare un full-length, anche se nel finale la canzone sembra risollevarsi, guidata dal singer Ken Redding, dotato comunque di una buona estensione vocale. Segue poi la title-track Kingdom come, decisamente migliore della precedente. Si tratta di un pezzo che miscela nella giusta dose sia elementi hard rock che doom, anche se forse pecca solo un po’ di ripetitività. Le lyrics come si può facilmente intuire dal titolo, si rifanno al brano di Matteo 6:9-13, meglio conosciuto come il "Padre nostro". Dopo l’immancabile pezzo puramente hard rock (Last days), arriva la prima ballad, ovvero Jesus heals. Però è un'altra nota dolente, sono sicuro infatti che quasi tutti i puristi del metal storceranno il naso ad ascoltarla: troppo mielosa, spensierata e dalla melodia poco avvincente. Da salvare le lyrics, molto dirette ed esplicite: "He forgives your sin / Jesus heals the broken hearted". Le sorti dell’album sembrano risollevarsi con Call on Him, finalmente un ottimo lavoro di riffing e una buonissima interpretazione vocale di Ken Redding. Stupendo infine l’assolo che ricorda molto lo stile di Rex Carroll. Anche la successiva Guard your heart, una cavalcata dai ritmi serrati e dettata da un drumming impeccabile, innalza il livello di "Kingdom Come", che, ammettiamolo, fino ad ora era appena modesto. Segue poi Pick up your cross, che sembra voler imitare See no evil degli Holy Soldier. Sound molto anni ’80 per Jesus dies for you e per l’ultima traccia, Party’s in heaven.

Rimane infine all’appello Love of God, che aggiunge al classico hard’n’heavy delle partiture in acustico davvero apprezzabili. Se la prima parte di "Kingdom Come" è molto discutibile, lo stesso non si può dire per il resto dell’album, ben al di sopra della sufficienza. Non grida al miracolo, ma se siete amanti di hard’n’heavy un paio di ascolti ve li consiglio.

Daniele Fuligno

VOTO

64

 

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