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Piacevole sorpresa questo gruppo californiano il
cui post-hardcore di matrice Underoath è ricchissimo di elementi
post-metal, ben più di "Define The Great Line", o anche di "Walking
Giants" dei Life In Your Way, tanto per citare un altro
meritevole white act dalla proposta comparabile.
Il mood post-metal degli Holding Onto Hope si
estrinseca già dall’opener Of the sea, dove il pathos
ascende di intensità tra sussurrati e clean angosciati, ed è proprio la
ricerca della drammaticità una delle più evidenti vie percorse della
band a stelle e strisce. Composizioni dalle tinte post-metal prevalenti
sono anche la strumentale slowly enfatica e quasi solenne
Departure, l’interludio etereo con vocalizzi The stillness,
l’efficace e intensa The watchman, forte di
un’apprezzabile gestione delle vocals nell’alternanza e intreccio tra
puliti effettati e growl screamati; la stilistica di cui sopra apre e
chiude anche la quarta Between failure and fraud, traccia
che nel corpo assume fattezze esplicitamente underoathiane, impreziosite
da interessanti break progressivi, i quali compaiono repentini un po’
ovunque nel platter. Per il resto ci troviamo ad ascoltare tracce di
post-hardcore drammatizzato da atmosfere e semiparlati, dei quali
tuttavia mi pare si abusi; gli episodi maggiormente riusciti direi siano
la quinta Speak your words e la violinistica What
you make of me. Closer di effetto è infine Your path was
in the great waters, nella sua ambientazione da outro
drammatico, tra cader di pioggia, sussurrati e rado riff nostalgico.
"Of The Sea"
è lavoro di una certa originalità, tuttavia sempre confinata nel
rispetto ferreo degli stilemi del genere, che nonostante alcune
sbavature convince pienamente grazie a dei toni ambient che riescono a
colpire l’attenzione fin dall’artwork, confermandosi poi per tutta la
tracklist, con anche momenti di particolare emozionalità. La commistione
tra post-metal e post-hardcore non è ovviamente una novità assoluta,
anche se è una strada poco battuta, almeno nelle percentuali proposte
dagli Holding Onto Hope, che hanno così plasmato un album degno
di nota all’interno di un panorama statunitense post-hardcore già
congestionato da una impressionante ondata mainstream di moniker che in
brevissimo tempo hanno prosciugato il genere di tutto ciò che era
possibile estrargli.
Vaake |