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Come back per la formazione ucraina dopo l'entusiasmante esordio di
"The Wanderer". Il quintetto è invariato così come sempre
superlativo è rimasto il lavoro grafico che contorna il Cd (splendido nell'insieme
è il coverart), sempre lodevoli sono le appassionate lyrics e sempre
alta è l'ispirazione compositiva della band. Circa tal ultimo aspetto
però col debut si nota un sostanziale mutamento stilistico: l'intenso
black/death tecnico dall'arzigogolato ed intrecciato songwriting cede il
passo ad un maggiormente evidente folk metal, in cui il growl fa stavolta solo rade
comparse ed in cui lo screaming di Fedor Buzilevich, autore anche
delle frequenti parti flautistiche, è sovente accompagnato dai cori
puliti e solenni tipici del cantato baritonale del pagano viking style.L'Intro subito
dichiara l'avvenuta mutazione di sound con 2:40 di folk-ambient,
seguiti dalla bella To heaven in cui stranamente
difetta il mixaggio a sfavore delle parti vocali che suonano
rilegate in un piano troppo inferiore rispetto alla strumentazione:
dicevo stranamente perchè poi l'imperfezione svanisce nelle successive song e perchè la produzione curatissima è sempre stata una
caratteristica distintiva del combo ex sovietico. Comunque sia
l'amarezza per questo imprevisto si dissolve al sopraggiungere della
terza (e migliore) traccia dell'album, The spring, di
cui è anche possibile vedere il ben prodotto video inserito come
bonus nel Cd stesso, caratterizzata da folk metal con il flauto di Fedor che
la fa da protagonista, accattivanti linee vocali, break
tirati e cori viking. Rallentamenti ed accelerazioni, elaborazione
strutturale ed un ottimo lungo assolo rendono Jerusalem
degna successore. I flow towards the fate è invece più
orientata verso la melodia malinconica, in cui tra l'altro si ode
una lontana voce femminile, per poi rientrare nei binari del più
canonico "Waves Are Dancing" style con una interpretazione
corale molto intensa. Baptising of the Russ è
strumentale folk-epica abbastanza soft, a differenza della
subentrante In the last battle in cui invece questo
sound si fa
molto più appassionato ed avvolgente, ed in cui ritroviamo un ottimo
assolo nonché, di nuovo, la lontana voce femminile opera della tastierista Vera Knyazyova. L'ottava Fair è una song più
"sperimentale" e
quella che meno ho digerito ed apprezzato nonostante diffuse parti
in growl ed in un poco consueto clean. Prima della finale Outro
che termina i 42 minuti e si rifà allo stile dell'Intro,
ci troviamo dinanzi alla title-track Waves are dancing,
appassionato folk metal terminato da un coro epico.
Dopo "The Wanderer" ci si poteva attendere un miracolo da
questa band che però, anche complice il rimescolamento stilistico,
non c'è stato; "Waves Are Dancing" migliora il predecessore
per alcuni aspetti ma gli è dietro per altri. Complessivamente
quindi un piccolo passo in avanti ma rimaniamo più o meno su quel (molto alto
comunque) livello. Gli Holy Blood
sono ormai una garanzia.
Vaake |