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Gli Holy Soldier
sono una hard rock band formatasi a Los Angeles nel 1985 per mano del
bassista Andy Robbins e del chitarrista Jamie Cramer. Quello che ci
apprestiamo a recensire ora è il lavoro omonimo d'esordio di questi
quattro
ragazzi che irruppero nel mercato offrendoci un glam di chiara matrice
hard rock, tipico di quegli anni 80 che si andavano a chiudere, che aveva
fatto le fortune, rimanendo in ambito christian, di band come Stryper,
Angelica
e Joshua per non parlare poi delle palate di miliardi che aveva buttato
addosso a gruppi del calibro di Cinderella, Dokken, Motley
Crue, Poison, Europe
e Warrant, solo per citare alcuni interpreti di quei meravigliosi anni.
Ma concentriamoci
ora sul lavoro in questione e diciamo subito che si tratta di uno di
quegli album che tutti gli amanti del genere devono assolutamente fare
loro. Un album che ebbe un ottimo successo di critica e di pubblico a tal
punto che due anni dopo, l'uscita di "Last Train", secondo lavoro della
band californiana,f u seguito da un tour mondiale in oltre 60 città del
globo. Il full-length si
apre con Stranger, heavy song in cui immediatamente gli
Holy Soldier
mettono in chiaro di che pasta siano fatti. A farla da padrone il duo di
chitarre Cramer-Cutting, ma soprattutto la voce di Steven Patrick, dotato
di un timbro davvero notevole che ricorda quello di colleghi illustri
del calibro di Don Dokken e Joe Elliot, niente di meno che il
cantante di una delle colonne portanti del NWOBHM, i Def Leppard. Soffermandoci un
momento sulle lyrics notiamo fin da questa canzone di apertura come esse
mostrino la fede della band e che nello specifico di questa prima song
si soffermano sulla figura di Cristo: "They didn't understand Him /
though His words were plain to see / because of this they made a plan /
to kill Him brutally / he was different / he was Heaven-sent / and for
this they took His life / but in the end he rose again. / His name was
Jesus Christ". Proseguiamo ora con See no evil, canzone
decisamente più soft della precedente ma che non per questo risulta
essere meno appetibile e di impatto. La successiva The pain inside
me è la prima ballata del disco, e subito ci concilia con quella che è
la dimensione in cui i nostri si esaltano maggiormente. Una canzone che
tratta del dolore provato successivamente alla fine di un rapporto,
interpretata in maniera magistrale dall'inizio alla fine attraverso un
giusto mix di suoni elettrici e acustici. Cry out for love
è invece un pezzo tipicamente glam-style, caratterizzato da un chorus
estremamente melodico e che mostra il lato più "cotonato" della band.
Inutile dire che per chi ama il genere come il sottoscritto, questa
rappresenta uno dei capitoli maggiormente piacevoli dell'intero
full-length.
Potrei stare qui a
scrivere altrettanto delle rimanenti 6 canzoni che completano l'album ma
mi limito a citare quelle che ritengo le più significative. Tra queste
senza dubbio la traccia 5 Tear down the walls che ci
riporta a sonorità maggiormente heavy-oriented, e la numero 9 Love
me, un'altra semi-ballad estremamente riuscita, penultimo
episodio di un album davvero ben fatto, destinato a diventare uno dei
maggiori lavori della scena christian nell'anno 1990, ma oserei dire
dell'intera scena hard rock/glam in generale. Se siete fans del genere
questo è un disco che non potete lasciarvi sfuggire.
Christian
Khouri
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