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Dalla Croazia, sgravato il terzo full-length
autoprodotto, giungono per la prima volta su queste pagine gli Hope,
terzetto dedito ad uno swedish death con più o meno marcate influenze
thrashy, che spesso come stilistica e timbrica fa tornare alla mente gli
Immortal Souls, pur se ad un livello decisamente più grezzo. "More Than Words"
nel 2003, "Light Of The Salvation" due anni appresso, il nostro
"Battle Within" mantiene dunque perfetta la ciclicità biennale
delle release degli ex jugoslavi, e mostra un certo incoraggiante
crescendo qualitativo, del quale stavolta a giovarsi è la produzione,
discreta in assoluto, ma esponenzialmente migliorata rispetto al
predecessore.
I dodici episodi per quaranta minuti netti partono
intrigando con la bella Overture, leggiadrie elegiache che
ritroveremo solo nella conclusiva End, perché per il resto
il disco pesta, e a tempi alti e ritmiche prepotenti, a partire dalla
seconda Eyes of deceiver, il cui attacco è speed dalla
nerboruta ritmica, prima di appiattirsi sullo screaming e su uno
zoppicante lavoro solistico. Si alternano thrash con roco e swedish con
refrain in In temptation, impasto proposto a differente
dosaggio anche nella seguente Redemption, il cui assolo
vibrato stavolta tiene, così come convince l'up-tempo di doppio pedale.
Discreta traccia anche Unconditional love, mood melodico e
esecuzione più puntuale. Massiva e detonante la sezione ritmica di
The warning, piuttosto confusa e fin troppo distorta Guardian
angel. Ancora thrash e swedish per My God,
Jesus è invece un mid-tempo in cui si intrecciano e fraseggiano
growl e screaming, mentre in Defenders of the faith (bello
l'afflato chitarristico orientaleggiante) l'influenza Immortal Souls
è tutta da rapportare ai lavori degli svedesi, così come, del resto, la
title-track e undicesima Battle within.
Testi cristianissimi, musicalmente la buona volontà
c'è tutta, la destrezza esecutiva decisamente meno, e su quella gli
Hope dovranno rimboccarsi le maniche per fare ancora un passo in
avanti verso l'entrata a pieno titolo in un genere che ha da anni
raggiunto la perfezione quale standard. Quindi lavorare all'esecuzione
sì (in particolare il guitar solo work, davvero scolastico e spesso
persino impacciato), ma senza trascurare la ricerca di un'evoluzione
compositiva, per aggirare l'altrimenti inevitabile scomoda etichettatura
di band clone o quantomeno fortemente derivativa e impersonale.
Vaake
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