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HOPE
Battle Within
melodic death
2007 - Self
(Croazia)
www.myspace.com/hopemetalcro

 

Dalla Croazia, sgravato il terzo full-length autoprodotto, giungono per la prima volta su queste pagine gli Hope, terzetto dedito ad uno swedish death con più o meno marcate influenze thrashy, che spesso come stilistica e timbrica fa tornare alla mente gli Immortal Souls, pur se ad un livello decisamente più grezzo. "More Than Words" nel 2003, "Light Of The Salvation" due anni appresso, il nostro "Battle Within" mantiene dunque perfetta la ciclicità biennale delle release degli ex jugoslavi, e mostra un certo incoraggiante crescendo qualitativo, del quale stavolta a giovarsi è la produzione, discreta in assoluto, ma esponenzialmente migliorata rispetto al predecessore.

I dodici episodi per quaranta minuti netti partono intrigando con la bella Overture, leggiadrie elegiache che ritroveremo solo nella conclusiva End, perché per il resto il disco pesta, e a tempi alti e ritmiche prepotenti, a partire dalla seconda Eyes of deceiver, il cui attacco è speed dalla nerboruta ritmica, prima di appiattirsi sullo screaming e su uno zoppicante lavoro solistico. Si alternano thrash con roco e swedish con refrain in In temptation, impasto proposto a differente dosaggio anche nella seguente Redemption, il cui assolo vibrato stavolta tiene, così come convince l'up-tempo di doppio pedale. Discreta traccia anche Unconditional love, mood melodico e esecuzione più puntuale. Massiva e detonante la sezione ritmica di The warning, piuttosto confusa e fin troppo distorta Guardian angel. Ancora thrash e swedish per My God, Jesus è invece un mid-tempo in cui si intrecciano e fraseggiano growl e screaming, mentre in Defenders of the faith (bello l'afflato chitarristico orientaleggiante) l'influenza Immortal Souls è tutta da rapportare ai lavori degli svedesi, così come, del resto, la title-track e undicesima Battle within.

Testi cristianissimi, musicalmente la buona volontà c'è tutta, la destrezza esecutiva decisamente meno, e su quella gli Hope dovranno rimboccarsi le maniche per fare ancora un passo in avanti verso l'entrata a pieno titolo in un genere che ha da anni raggiunto la perfezione quale standard. Quindi lavorare all'esecuzione sì (in particolare il guitar solo work, davvero scolastico e spesso persino impacciato), ma senza trascurare la ricerca di un'evoluzione compositiva, per aggirare l'altrimenti inevitabile scomoda etichettatura di band clone o quantomeno fortemente derivativa e impersonale.

Vaake

VOTO

62

 

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